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CER, aree interne, paesaggio, agricoltura, turismo

Energia, ambiente, futuro condiviso · Articolo 3 di 4

Comunità energetiche, aree interne, paesaggio: il filo che manca

Energia, agricoltura, paesaggio, turismo e demografia delle aree interne sono di solito trattati come politiche separate. In Italia sono invece la stessa politica, e nessuna delle cinque funziona senza le altre quattro.

Nei due articoli precedenti la transizione energetica è stata raccontata in termini di infrastrutture e mercati: reti, megawatt installati, aste, accumuli. Sono le dimensioni misurabili, quelle che entrano nei piani e nei rapporti istituzionali. Esiste però un’altra dimensione, meno quantificabile e proprio per questo più importante, in cui la transizione non si gioca sul piano tecnico ma su quello del territorio vissuto: chi abita le campagne italiane, chi le sta abbandonando, chi le potrebbe ripopolare, e a quali condizioni.

Questa dimensione viene di solito trattata come una politica separata: c’è il dossier energia da una parte, c’è la PAC e l’agricoltura dall’altra, c’è il turismo da una terza, ci sono le aree interne da una quarta, c’è il paesaggio da una quinta. Cinque ministeri, cinque tavoli, cinque finanziamenti, cinque linguaggi diversi. È una frammentazione che riflette la storia amministrativa italiana, non la realtà del Paese. Sul territorio queste politiche sono la stessa cosa, e nessuna delle cinque funziona se le altre quattro vanno nella direzione opposta.

Questo articolo prova a tenere insieme i cinque fili. Non è un esercizio retorico: è il livello a cui, oggi, l’Italia ha la possibilità di costruire un proprio modello di transizione, non copiato da nessun altro paese europeo. Vale la pena provarci.

Lo sfondo: le aree interne che si svuotano

La diagnosi è nota a chi se ne occupa, meno a chi non se ne occupa. Negli ultimi quindici anni l’Italia ha perso circa un terzo delle aziende agricole. Il fenomeno colpisce in modo molto più intenso le aree interne, montane, collinari minori, quelle che producono buona parte del paesaggio italiano riconoscibile, della biodiversità, dei prodotti tipici, e che sostengono indirettamente l’attrattività turistica del Paese. La causa principale non è ideologica: è economica. Un’azienda agricola di piccole dimensioni, in territorio difficile, non regge la concorrenza dei mercati globalizzati e di un’industria alimentare che predilige le grandi estensioni e le filiere lunghe. Quando il reddito non basta, le persone vanno via, e con loro va via la manutenzione del territorio.

Questo è il punto di partenza che il dibattito sulla transizione energetica raramente connette con se stesso. La domanda non dovrebbe essere “come facciamo a installare più rinnovabili in campagna senza far arrabbiare gli agricoltori?”, ma “come facciamo a usare la transizione energetica come strumento per trattenere reddito nelle aree che altrimenti si svuotano?”. Sono due framing molto diversi, e producono politiche opposte.

Il primo framing porta a vedere il fotovoltaico come un’imposizione esterna a cui l’agricoltura deve resistere o cedere. Il secondo porta a vedere CER, agrivoltaico ben fatto, biogas agricolo come strumenti di reddito che lo Stato può strutturare per chi resta a presidiare i territori marginali. È esattamente la differenza tra occupare un territorio e tenerlo vivo.

Le comunità energetiche rinnovabili: cosa sono davvero

Le Comunità Energetiche Rinnovabili (CER) sono lo strumento più interessante che l’Italia abbia sviluppato negli ultimi anni in materia di energia decentrata. Sono state recepite gradualmente in normativa, fino alla regolazione organica del Decreto CACER del gennaio 2024 e delle regole operative GSE, che hanno dato finalmente un quadro stabile.

In sintesi: una CER è un soggetto giuridico — un’associazione, una cooperativa, un consorzio — che riunisce persone fisiche, piccole imprese, enti locali, parrocchie, aziende agricole, entro la stessa area di rete (formalmente: sotto la stessa cabina primaria). I membri condividono l’energia prodotta da uno o più impianti rinnovabili e ricevono un incentivo sull’energia condivisa, ossia sulla quota prodotta e consumata contemporaneamente all’interno della comunità. L’incentivo è garantito per vent’anni, a cui si aggiunge una tariffa di valorizzazione dell’energia immessa in rete e non autoconsumata.

Esiste poi un contributo PNRR a fondo perduto fino al 40% dell’investimento per le CER costituite in Comuni con popolazione inferiore ai 5.000 abitanti. Sono esattamente le aree interne. Non è un dettaglio: è una delle poche misure italiane recenti che dirige risorse pubbliche precisamente verso i territori più fragili, con un meccanismo che non è assistenziale ma produttivo.

La logica della CER è radicalmente diversa da quella del classico parco fotovoltaico esterno. Non c’è un grande operatore che arriva, installa, raccoglie incentivi e ricavi, e lascia al territorio un canone di affitto modesto. C’è una comunità di soggetti locali che possiede l’asset, ne gestisce i ricavi, ne distribuisce i benefici secondo regole che si dà da sé. Il valore economico generato dall’impianto resta sul territorio. Per le aree interne questo passaggio cambia tutto.

Una CER non è solo un meccanismo di incentivazione: è un cambio di proprietà dell’infrastruttura energetica. Per la prima volta dopo decenni, il sistema riconosce a un territorio il diritto di trattenere localmente il valore prodotto dalle risorse naturali che ospita. È un cambiamento culturale prima ancora che tecnico.

Cosa funziona, e perché non scala

Le CER realmente operative in Italia sono ancora numericamente modeste rispetto al potenziale. Esistono esperienze pioniere di cui vale la pena ricordare almeno alcune: la CER di Magliano Alpi in provincia di Cuneo, prima CER d’Italia operativa dal 2020, in un Comune di poco più di duemila abitanti; il modello altoatesino delle cooperative energetiche locali, attivo da decenni in forma simile alle CER, particolarmente sviluppato nelle valli; il progetto GECO a Bologna in ambito urbano-periurbano; varie esperienze pugliesi nel Salento; iniziative in Trentino, in Emilia, in Sardegna. Sono casi che dimostrano che il modello funziona quando viene applicato bene.

Ciò che impedisce la replicazione su scala nazionale non è la tecnologia né il quadro normativo, che ormai esiste. Sono altri tre ostacoli, molto concreti.

Il primo è la capacità tecnica nei piccoli Comuni. Un sindaco di un paese di 800 abitanti spesso non ha gli uffici per gestire una pratica complessa come la costituzione di una CER, la richiesta del contributo PNRR, la progettazione tecnica dell’impianto, la stesura dello statuto, le regole di ripartizione degli incentivi tra i membri, la gestione amministrativa pluriennale. Il sistema lo lascia solo davanti a procedure pensate per organizzazioni strutturate. La conseguenza pratica è che le CER si formano dove esiste già un soggetto promotore — una cooperativa locale, una parrocchia attiva, un imprenditore agricolo motivato — e non si formano dove nessuno prende l’iniziativa, che è la maggior parte dei piccoli Comuni.

Il secondo è la capacità di rete. Una CER funziona solo se la rete di distribuzione locale può ospitarne gli impianti. Se la cabina primaria di riferimento è satura, la pratica si blocca. È esattamente il problema raccontato nel primo articolo di questa serie: senza investimenti nella rete in media e bassa tensione, anche il miglior modello di CER resta zoppo. La distribuzione e la generazione decentrata non sono due politiche distinte: sono due lati della stessa cosa.

Il terzo è il coordinamento con la Politica Agricola Comune. Oggi un agricoltore che installa agrivoltaico o partecipa a una CER può, in alcune configurazioni, vedersi ridurre i contributi PAC sulla superficie occupata. Il calcolo economico per l’azienda diventa complicato, e in molti casi disincentiva la scelta. È un controsenso rispetto agli obiettivi sia agricoli sia energetici, e si risolve solo a livello europeo (la nuova PAC post-2027 è la finestra) e con un coordinamento nazionale che finora è mancato.

Biogas e biometano agricoli: l’altro pezzo che manca

Quando si parla di rinnovabili in agricoltura il discorso si concentra quasi solo sul fotovoltaico, ma esiste un altro pezzo strutturale che la cornice italiana fatica a valorizzare: il biogas e il biometano da reflui zootecnici e residui colturali. Ogni allevamento medio-grande produce una quantità significativa di reflui che oggi, in buona parte, vengono smaltiti con costi ambientali (emissioni di metano, impatto su acque e suoli) e senza ritorno economico per l’azienda. Un digestore aziendale o consortile trasforma quegli stessi reflui in gas rinnovabile e in digestato (un fertilizzante naturale di valore agronomico), con un beneficio triplo: ambientale, economico, di chiusura dei cicli aziendali.

Il biometano agricolo immesso in rete è una rinnovabile programmabile, complementare al solare e all’eolico, e l’Italia ha un quadro incentivante (il decreto Biometano) che sta producendo investimenti significativi. Ciò che manca è l’integrazione con le politiche territoriali: il digestore non dovrebbe essere visto come un’aggiunta industriale calata su un’azienda agricola, ma come una componente strutturale di un’agricoltura multifunzionale che produce contemporaneamente cibo, energia, fertilità del suolo e servizi ecosistemici. È un cambio di paradigma che vale la pena nominare esplicitamente.

Il paesaggio non è un vincolo: è un asset commerciale

C’è una contrapposizione che ha dominato il dibattito italiano negli ultimi anni: rinnovabili contro paesaggio. È una contrapposizione falsa nei termini in cui viene posta, e politicamente disastrosa per entrambe le parti.

Falsa perché, come abbiamo visto, la gran parte del potenziale rinnovabile italiano si può sviluppare su superfici già artificializzate (tetti, capannoni, parcheggi, brownfield) o in configurazioni compatibili con il territorio (agrivoltaico avanzato, eolico offshore lontano dalla costa). Disastrosa perché chi difende il paesaggio finisce per essere descritto come ostile all’innovazione, e chi spinge le rinnovabili finisce per essere descritto come indifferente al patrimonio. Entrambe le caricature sono ingiuste e producono blocchi reciproci.

La cornice corretta è esattamente opposta: il paesaggio italiano è un asset commerciale di valore enorme, e la transizione energetica fatta bene è uno degli strumenti che ne preserva il valore nel tempo. Il turismo italiano vale, nelle sue varie componenti, una quota molto significativa del PIL nazionale. Il “brand Italia” — vino, cibo, ospitalità, borghi, paesaggio rurale — è probabilmente il marchio territoriale più potente al mondo nella sua categoria, e nei prossimi anni dipenderà sempre più dalla capacità di certificare filiere a basse emissioni: il meccanismo europeo CBAM (Carbon Border Adjustment Mechanism), gli standard ESG, la sensibilità crescente dei mercati turistici premium verso destinazioni sostenibili. Un Chianti, un Parmigiano, un agriturismo alimentati da energia rinnovabile locale, prodotti in un territorio mantenuto vivo da una comunità energetica e da un’agricoltura multifunzionale, non sono “green” come orpello pubblicitario: sono strutturalmente più competitivi sui mercati che pagano di più.

Lo stesso vale per il turismo lento. Cicloturismo, cammini, agriturismo, enogastronomia di territorio, esperienze rurali sono segmenti in crescita in tutta Europa, e cercano esattamente quello che l’Italia ha in abbondanza: paesaggi vivi, comunità locali, qualità ambientale, autenticità. Un percorso cicloturistico con ricariche elettriche distribuite, alimentate da una CER locale, ospitato in agriturismi a basse emissioni, in territori dove l’agrivoltaico convive con il pascolo, è un’offerta che nessun altro paese mediterraneo può replicare con la stessa profondità di patrimonio. È un asset competitivo che attende solo di essere costruito a sistema.

Cosa manca per chiudere il cerchio

Il quadro istituzionale e tecnico per costruire il modello descritto esiste già in larga parte. Mancano alcuni passaggi specifici, che hanno il pregio di essere tutti politicamente trasversali, perché toccano valori condivisi da maggioranze diverse: territorio, lavoro, prodotti tipici, paesaggio, autonomia delle comunità locali.

  1. Sportelli CER pubblici di accompagnamento, finanziati e gestiti su base regionale o di area vasta, dedicati ai piccoli Comuni che non hanno capacità tecnica propria. Un soggetto pubblico — GSE territoriale, agenzia regionale, consorzio di scopo — che faccia da supporto gratuito sulla costituzione, sulla progettazione, sulla rendicontazione PNRR, sulla governance. Senza questo passaggio, le CER restano un’opportunità riservata a chi sa muoversi nel sistema.
  2. Kit nazionale di modelli replicabili: statuti tipo, contratti standard, formule di ripartizione degli incentivi tra soci, template di delibere comunali. Più una procedura è “in scatola”, più i piccoli Comuni e le parrocchie la attivano. Alcune Regioni stanno facendo cose interessanti in questa direzione (Piemonte, Emilia-Romagna, Puglia), ma manca un riferimento nazionale unitario.
  3. Allineamento PAC e politiche energetiche nella nuova programmazione post-2027, in modo che agrivoltaico, biogas agricolo e CER siano integrati con i contributi agricoli invece di entrare in conflitto. È un negoziato europeo, e l’Italia farebbe bene a presentarsi con una posizione chiara e tecnicamente argomentata.
  4. Aggancio strutturale tra CER, turismo lento e PNRR borghi. Oggi i bandi sul turismo lento, sui borghi, sulla rigenerazione delle aree interne, e quelli sulle CER vivono in silos amministrativi separati, gestiti da ministeri diversi, con tempistiche scollegate. Un singolo bando integrato che chiedesse al territorio di proporre piani combinati (CER + percorsi cicloturistici + agriturismi a basse emissioni + agrivoltaico avanzato) cambierebbe l’orizzonte di centinaia di Comuni.
  5. Strategia nazionale aree interne 2.0, che riconosca esplicitamente l’energia rinnovabile decentrata come uno dei pilastri della tenuta demografica e produttiva di quei territori, e che integri reddito energetico, manutenzione idrogeologica, prodotti tipici e ospitalità in un unico disegno.
  6. Riconoscimento del valore dei servizi ecosistemici resi dalle aziende agricole multifunzionali nelle aree fragili. Una piccola azienda che mantiene un pascolo in alta collina, ospita un agrivoltaico avanzato, partecipa a una CER, accoglie cicloturisti, produce un prodotto tipico, sta erogando servizi che oggi il mercato non remunera adeguatamente. La PAC e le politiche nazionali dovrebbero riconoscerli con strumenti dedicati, non lasciarli alla buona volontà dei singoli.

Nessuna di queste proposte è particolarmente costosa. Nessuna richiede un ministero nuovo. Nessuna è ideologicamente connotata. Sono operazioni di messa in coerenza di strumenti che lo Stato già spende, di filiere che il territorio già conosce, di valori che la politica già rivendica. Il difficile non è inventarle: è metterle in fila, e mantenere il coordinamento abbastanza a lungo da vederne gli effetti.

Il modello italiano possibile

Se si tiene insieme tutto — reti adeguate (articolo 1), generazione e accumuli che già funzionano (articolo 2), comunità energetiche e aree interne che generano reddito territoriale (questo articolo) — emerge la possibilità di un modello italiano di transizione che non assomiglia a nessun altro modello europeo. Non quello tedesco, troppo industriale e poco territoriale. Non quello spagnolo, basato su grandi parchi utility-scale. Non quello danese, costruito su un sistema sociale e culturale molto diverso.

L’Italia ha caratteristiche uniche che, messe a sistema, sono un vantaggio competitivo: una geografia di territori medio-piccoli, una fitta rete di Comuni, una struttura agricola fatta di aziende multifunzionali, un patrimonio paesaggistico e culturale senza eguali, un’esperienza centenaria di cooperazione locale (le bonifiche, le cooperative, le casse rurali, il Terzo Settore). Sono gli stessi ingredienti che hanno reso possibile il “Made in Italy” nei distretti industriali del Novecento. La transizione energetica decentrata, se ben costruita, può diventare il “Made in Italy” del XXI secolo: un modello produttivo distribuito, qualitativamente elevato, radicato nel territorio, che genera valore esportabile.

Il prossimo e ultimo articolo della serie prova a chiudere il cerchio dal punto di vista politico: come si esce dalla polarizzazione, come si costruisce un patto trasversale tra forze politiche, settori produttivi, mondo agricolo, ambientalismo pragmatico e sindaci. Non è un esercizio teorico: è la condizione perché tutto quanto raccontato finora smetta di essere una somma di buone intenzioni e diventi una politica realmente perseguita.

Fonti principali: Decreto CACER (gennaio 2024) e regole operative GSE sulle Comunità Energetiche Rinnovabili; bandi PNRR per CER in Comuni sotto i 5.000 abitanti; decreto Biometano e dati GSE su digestori agricoli; dati ISTAT e Crea sulla demografia agricola e sulle aree interne; rapporti Strategia Nazionale Aree Interne; analisi Coldiretti e CIA sull’agricoltura multifunzionale.

Articolo 3 di 4 della serie Energia, ambiente, futuro condiviso. Articoli precedenti: Le reti elettriche italiane: il vero nodo della transizione; Generazione e accumuli: dove stiamo e dove ci blocchiamo. Il prossimo affronterà come costruire una transizione condivisa al di là della polarizzazione politica.

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