Ecomafie e grandi opere:
il problema non è la tecnologia,
è il sistema
Prima di discutere di nucleare e termovalorizzatori, bisogna fare i conti con incendi dolosi, scorie senza deposito, investigatori morti e tumori in aumento. Perché un impianto perfetto sulla carta, affidato a un sistema che non sa custodire nemmeno quello che ha già, diventa una minaccia.
Il dibattito italiano sul ritorno al nucleare e sull’espansione dei termovalorizzatori si svolge quasi sempre su un piano sbagliato. Si discute di megawatt, di emissioni, di costi al chilowattora. Raramente si discute della domanda più importante: chi costruirà questi impianti, chi li gestirà, chi li sorveglierà? E per quanto tempo?
La risposta a quella domanda, in Italia, non è rassicurante.
Roma, quattro impianti in fiamme
15 giugno 2022 — Incendio al TMB2 di Malagrotta
24 dicembre 2023 — Incendio al TMB1 di Malagrotta. Nube tossica sulla vigilia di Natale
239 eventi incendiari in impianti di gestione rifiuti registrati dalla Commissione Ecomafie tra gennaio 2017 e ottobre 2019 su tutto il territorio nazionale — circa uno ogni quattro giorni
Non si tratta di episodi isolati. La Commissione parlamentare sulle ecomafie ha avviato un filone d’inchiesta specifico sul sistema rifiuti di Roma Capitale, analizzando casi emblematici per le connessioni con la criminalità organizzata. Le indagini della magistratura procedono per incendio doloso.
Questi non erano impianti nucleari. Erano strutture ordinarie, in una capitale europea, sorvegliate dalla burocrazia ordinaria. Non siamo stati in grado di custodirle.
Le navi dei veleni e un investigatore morto
Se il caso degli impianti di Roma fotografa l’incapacità strutturale di proteggere infrastrutture sensibili, quello delle cosiddette “navi a perdere” documenta qualcosa di più grave: la penetrazione criminale nel traffico di materiali radioattivi, e il prezzo pagato da chi ha tentato di fermarlo.
Natale De Grazia, ufficiale della Capitaneria di porto di Reggio Calabria, morì in circostanze sospette nel 1995 mentre era impegnato, per conto della Procura di Reggio Calabria, in una missione alla ricerca di prove su alcune navi a perdere — indagini avviate nel 1994 anche grazie a un esposto di Legambiente.
Nel 2012, una perizia disposta dalla Commissione parlamentare accertò che la morte non fu determinata da causa naturale, bensì da causa tossica compatibile con l’avvelenamento. La Procura di Nocera Inferiore non riaprì le indagini.
Anni di inchieste non hanno portato a nulla che vada oltre il mistero che ancora avvolge quel viaggio verso la Liguria. A più di trent’anni dalla scomparsa, la Commissione parlamentare sulle ecomafie ha deliberato l’avvio di un nuovo filone di approfondimento. Un nuovo filone. Su un caso del 1995.
La Terra dei Fuochi: quando i veleni diventano tumori
Le radici del fenomeno risalgono agli anni Ottanta, quando la crescita edilizia e l’esigenza di smaltire rifiuti industriali dal Nord al Sud generarono un business redditizio controllato dalla camorra, spesso con la complicità di imprese private e la tolleranza o corruzione di alcuni funzionari pubblici.
Studi condotti tra il 2016 e il 2021 su 55 siti contaminati hanno evidenziato un eccesso significativo di tumori — stomaco, polmone, leucemie — di patologie respiratorie, malformazioni congenite e parti prematuri. Gli enti preposti al controllo, come l’ARPA e la Provincia, a lungo hanno chiuso gli occhi o hanno effettuato controlli spesso sotto la soglia minima di campionamento.
Cosa succede quando un impianto nucleare va storto
Chi promuove il ritorno al nucleare tende a derubricare Chernobyl e Fukushima come incidenti del passato, prodotti di tecnologie superate o di gestioni irresponsabili. È un argomento in parte legittimo. Ma le conseguenze di quegli eventi — e soprattutto la loro durata — dicono qualcosa di preciso sulla posta in gioco quando le cose vanno male con questo tipo di infrastrutture.
Circa 600.000 persone coinvolte dal fallout radioattivo. Tra queste, circa 20.000 casi di tumori alla tiroide documentati nel tempo.
La Zona di Esclusione attorno all’impianto copre circa 4.200 km², completamente priva di insediamenti umani. Quarant’anni dopo l’incidente, vaste aree restano inaccessibili o soggette a restrizioni agricole permanenti.
Il numero esatto delle vittime potrebbe non essere mai accertato con certezza.
Fukushima ha mostrato un profilo diverso ma non meno problematico: non un’esplosione, ma una contaminazione lenta, silenziosa, difficile da contenere e ancor più difficile da gestire nel tempo. Dodici anni dopo il terremoto-tsunami del 2011 che distrusse la centrale, erano stati riempiti oltre 1.000 enormi serbatoi con le acque usate per raffreddare il materiale nucleare dei reattori. Oltre 1.343.000 metri cubi di acque reflue radioattive in attesa di smaltimento, con i sistemi di trattamento che hanno richiesto di ritrattare circa il 70% del volume già processato.
Il 24 agosto 2023, dopo dodici anni di stallo, Giappone e TEPCO hanno avviato lo scarico nell’Oceano Pacifico delle acque trattate. La Cina ha risposto con il divieto immediato di importazione di prodotti ittici giapponesi. È la prima volta nella storia che acque contaminate da un incidente nucleare vengono deliberatamente scaricate in mare.
Il punto non è che il nucleare sia ingestibile per principio. Il punto è che gli errori in questo settore non durano anni: durano decenni, a volte secoli. E che anche le gestioni corrette — come quella giapponese, operante con standard avanzati — possono trovarsi di fronte a scelte senza uscita buona.
Il confronto che non vogliamo fare
Chi sostiene il ritorno al nucleare in Italia cita spesso Finlandia, Francia e Svezia come modelli. È un confronto legittimo — ma va fatto fino in fondo.
Quel processo richiede istituzioni credibili, continuità politica, cultura della legalità radicata nei territori. Tre cose che non si importano con la tecnologia.
Il nodo che il dibattito evita
Custodire un impianto nucleare o un termovalorizzatore non significa solo costruirlo secondo le migliori specifiche. Significa sorvegliarne le forniture, proteggerlo dalle infiltrazioni nelle gare d’appalto, monitorarne il funzionamento per decenni, gestirne i rifiuti per generazioni, mantenere integra la catena di controllo quando cambiano i governi, quando i bilanci si stringono, quando l’attenzione pubblica si sposta altrove.
Il caso De Grazia, gli incendi di Malagrotta, la Terra dei Fuochi, le scorie senza deposito non sono storie separate. Sono capitoli dello stesso manuale su come un sistema che non sa custodire il pericoloso trasforma qualsiasi infrastruttura energetica in un vettore di danno.
Il dibattito su nucleare e termovalorizzatori è legittimo. Ma chi lo conduce senza fare i conti con questo manuale non sta discutendo di energia.
Sta discutendo d’altro.
