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I Media come infrastruttura del consenso

La televisione italiana come infrastruttura del consenso

Analisi · Sistema mediale

La televisione italiana come infrastruttura del consenso

Dal duopolio RAI-Mediaset alla penetrazione straniera: come il sistema televisivo nazionale è diventato uno strumento di governo cognitivo della popolazione

Demiurgo | Giugno 2025 | ilcodice.eu

In questo articolo

  1. Il duopolio storico e la sua mutazione
  2. Il terzo polo americano: Warner Bros. Discovery e il canale Nove
  3. La7, Cairo e l’anomalia dell’informazione
  4. Kyriakou e Antenna Group: la Grecia entra nell’editoria italiana
  5. Chi controlla i media controlla la realtà percepita
  6. La programmazione come ingegneria del consenso passivo
  7. Il ciclo perfetto: pubblicità, desiderio, debito, obbedienza
  8. Lo streaming come variabile nuova — ma non neutrale
  9. Conclusione: decifrare il sistema

1. Il duopolio storico e la sua mutazione

Per decenni, il sistema televisivo italiano ha funzionato attorno a un asse binario: da un lato la RAI, televisione pubblica finanziata dal canone e dalle pubblicità, formalmente al servizio della collettività; dall’altro Mediaset, il colosso privato fondato da Silvio Berlusconi, costruito sul modello commerciale americano e strettamente intrecciato al potere politico del suo fondatore. Un duopolio che non era soltanto di mercato, ma di agenda: i due poli si dividevano il tempo di attenzione degli italiani e, con esso, la capacità di definire quali argomenti esistessero nel dibattito pubblico e quali restassero nell’ombra.

La mutazione è cominciata lentamente e si è accelerata negli ultimi anni. La RAI ha progressivamente abbandonato la sua funzione di servizio pubblico — nel senso autentico del termine: informare, educare, formare cittadinanza critica — per adottare le logiche del broadcasting commerciale. Ascolti, pubblicità, intrattenimento di massa: il canone viene usato per finanziare palinsesti che, nella sostanza, non si distinguono da quelli del concorrente privato. Nel frattempo, nel 2025 Mediaset ha superato per la prima volta la RAI nel prime time con una quota del 37,6% contro il 36,4% della tv pubblica, che ha registrato un calo del 7% rispetto all’anno precedente. Un sorpasso che non è solo un dato Auditel: è un indicatore strutturale del declino di legittimità del servizio pubblico.

Sul versante opposto, Mediaset — oggi guidata da Pier Silvio Berlusconi e con la holding olandese MFE-MediaForEurope quotata in borsa — ha progressivamente esteso la sua funzione verso qualcosa che va oltre il semplice broadcasting commerciale: un’infrastruttura di comunicazione politica che, pur senza la presenza fisica del fondatore, continua a svolgere un ruolo di orientamento dell’opinione pubblica difficilmente separabile dagli interessi politici del suo azionariato.

«Chi controlla i mezzi di comunicazione controlla la realtà percepita. E chi controlla la realtà percepita controlla il comportamento politico.»

— Noam Chomsky, Manufacturing Consent, 1988

2. Il terzo polo americano: Warner Bros. Discovery e il canale Nove

Il terzo attore di rilievo nel panorama televisivo italiano è oggi Warner Bros. Discovery, il colosso mediatico americano nato dalla fusione tra AT&T/WarnerMedia e Discovery Inc. In Italia, il gruppo controlla il canale Nove — nato sulle frequenze della storica DeeJay TV e rilanciato a partire dal 2016 — diventato negli ultimi anni uno dei canali generalisti con maggiore crescita. Nel suo palinsesto figurano volti storici della televisione italiana come Fabio Fazio con Che Tempo Che Fa e Maurizio Crozza, attratti via RAI con ingaggi significativi.

La presenza di un operatore americano di quella dimensione nel sistema televisivo italiano non è un fatto neutro. Warner Bros. Discovery gestisce in Europa non solo canali di intrattenimento, ma anche i diritti sportivi olimpici e calcistici, strumenti di penetrazione culturale e audience capture di enorme portata strategica. Nel 2025, Warner Bros. Discovery si è confermata al terzo posto negli ascolti italiani con 1,6 milioni di spettatori in prime time. Una quota di mercato che vale potere di agenda.

3. La7, Cairo e l’anomalia dell’informazione

La7 è il quarto polo televisivo italiano, di proprietà di Cairo Communication, il gruppo fondato dall’editore Urbano Cairo. Nel panorama descritto, La7 rappresenta un’anomalia parziale: è l’unico canale generalista che abbia costruito la propria identità sull’informazione e sul talk politico di qualità, con programmi come Otto e Mezzo, PiazzaPulita e DiMartedì. È anche l’unico grande broadcaster che nel 2025 abbia registrato una crescita degli ascolti, sia in prime time (+0,2%) che sull’intera giornata (+4,6%), in controtendenza rispetto a tutti gli altri operatori.

Anomalia parziale, si diceva: Cairo è un editore con interessi nel settore della pubblicità, della stampa e della finanza. La sua indipendenza editoriale è reale rispetto ai poli politico-mediatici RAI e Mediaset, ma non significa assenza di interessi. Significa interessi diversi. Il che può coincidere con un’informazione più libera — ma non lo garantisce strutturalmente.

4. Kyriakou e Antenna Group: la Grecia entra nell’editoria italiana

Nel dicembre 2025, il nome di Theodore Kyriakou è entrato prepotentemente nel dibattito pubblico italiano. Il gruppo greco Antenna (ANT1), di proprietà di Kyriakou, ha avviato — e secondo alcune indiscrezioni già perfezionato in forma di pre-accordo — la trattativa per l’acquisizione di Gedi, il gruppo editoriale che controlla La Repubblica, La Stampa, Radio DeeJay, Radio Capital e M2o, detenuto dalla famiglia Agnelli-Elkann tramite Exor.

Nato nel 1974, Kyriakou è figlio di Minos Kyriakou, armatore e magnate dei media che nel 1989 fondò ANT1, il principale broadcaster greco. Dopo la morte del padre nel 2017, Theodore ha trasformato il gruppo da emittente nazionale a organizzazione mediatica multinazionale. Ma è la costellazione di relazioni che circonda Kyriakou a rendere l’operazione degna di analisi profonda.

Il gruppo Antenna controlla 37 canali televisivi e partecipazioni in giganti globali come Spotify e il Raine Group. Kyriakou è descritto da alcuni osservatori come un “Berlusconi dei Balcani” per la combinazione di controllo mediatico, ricchezza armatoriale e reti politiche di alto livello. È noto per i suoi legami con Donald Trump, con la famiglia reale saudita — il Fondo Pubblico degli Investimenti saudita (PIF) detiene il 30% di Antenna Greece dal 2022 — e avrebbe cercato un informale “via libera” dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni prima di procedere all’acquisizione di Gedi.

La cassaforte di famiglia, la K Group Holding Sarl, ha sede in Lussemburgo. Nel 2024, il gruppo ha creato un veicolo da 1 miliardo di dollari con QIA, il fondo sovrano del Qatar. Le ambizioni italiane di Kyriakou non si limitano alla carta stampata: secondo fonti giornalistiche, il magnate greco ha messo nel mirino anche Sky Italia e ha avuto contatti iniziali con Urbano Cairo per l’acquisto di La7, con l’obiettivo dichiarato di costruire un impero integrato che connetta media e trasporti con l’Italia come snodo strategico.

⚠ Nota geopolitica

Un operatore con partecipazione del fondo sovrano saudita al 30%, legami con l’amministrazione Trump, contatti con il governo Meloni e ambizioni su RAI/Gedi/La7/Sky Italia non è un investitore finanziario neutrale. È un attore geopolitico che si posiziona nel nodo più sensibile dell’infrastruttura cognitiva di un paese del G7.

5. Chi controlla i media controlla la realtà percepita

La televisione non è solo un mercato pubblicitario. È un’infrastruttura cognitiva nazionale: determina quali fatti esistono per l’opinione pubblica, quale linguaggio viene usato per descriverli, quali soluzioni vengono considerate plausibili e quali vengono sistematicamente escluse dall’orizzonte del possibile. Non serve censurare le notizie scomode — basta non dargli spazio, non dargli tempo, non dargli il frame giusto.

In questo senso, il sistema televisivo italiano è stato storicamente uno strumento di controllo politico molto più efficace di qualunque apparato repressivo. Il meccanismo non è visibile: si esprime nella selezione dei temi, nella scelta degli ospiti, nel tono del conduttore, nel tempo dedicato a una notizia rispetto a un’altra. Nessuna coercizione, nessuna minaccia — solo un flusso continuo di realtà pre-costruita.

Il tema della proprietà straniera aggiunge una dimensione ulteriore: gli interessi che orientano i contenuti non sono più solo quelli della classe politica italiana, ma quelli di reti finanziarie internazionali — fondi sovrani del Golfo, capitali americani, armatori greci con relazioni nel sistema di potere globale. L’informazione nazionale viene progressivamente assoggettata ad agende che si decidono altrove.

6. La programmazione come ingegneria del consenso passivo

La parte meno visibile del sistema di controllo è la più efficace: non la notizia distorta, ma l’assenza di notizie. Il tempo che un cittadino trascorre davanti al Grande Fratello è tempo sottratto alla comprensione del funzionamento del sistema energetico, della finanza pubblica, della geopolitica. Non è un effetto collaterale della programmazione: è una funzione.

Il Grande Fratello non esiste perché “alla gente piace”. Esiste perché riempie decine di ore settimanali di palinsesto a costo bassissimo, genera dipendenza emotiva attraverso meccanismi narrativi primitivi (chi viene eliminato? chi tradisce chi?), e soprattutto occupa il tempo cognitivo disponibile. Le soap opera funzionano allo stesso modo: storie senza fine, personaggi con cui costruire un’identificazione emotiva, nessun contenuto che si traduca in consapevolezza politica.

Il calcio è il caso più sofisticato. Non è semplicemente intrattenimento sportivo: è un sistema di sfogo dell’aggressività sociale funzionale all’ordine costituito. Canalizza le pulsioni identitarie e competitive in una direzione innocua per il potere — la curva, il derby, il campionato. Crea appartenenze tribali trasversali alle classi sociali che sostituiscono quelle politiche. Fornisce un linguaggio emotivo condiviso che rimpiazza quello della conflittualità civile. Guy Debord avrebbe detto che il calcio è la quintessenza dello spettacolo: un simulacro di conflitto che assolve la funzione di impedire quello reale.

Non è un caso che i diritti televisivi del calcio siano stati sempre al centro delle battaglie più dure tra i grandi player del broadcasting italiano. Chi controlla il calcio in televisione controlla uno strumento di cattura dell’attenzione senza pari — e con essa, il potere di decidere cosa viene trasmesso prima della partita, dopo la partita, negli intervalli.

«Lo spettacolo non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale tra persone, mediato dalle immagini.»

— Guy Debord, La Società dello Spettacolo, 1967

7. Il ciclo perfetto: pubblicità, desiderio, debito, obbedienza

C’è un livello ulteriore, economico e antropologico al tempo stesso, che completa il sistema. La televisione commerciale non finanzia solo la programmazione: finanzia il ciclo del consumo come forma di controllo sociale.

Il meccanismo funziona così:

01 La televisione crea e amplifica desideri attraverso la narrazione pubblicitaria e l’aspirazionalità implicita nei contenuti
02 Il credito al consumo — pubblicizzato anch’esso in televisione — rende “accessibili” gli oggetti del desiderio
03 Il debito si accumula: rate mensili, mutui, finanziamenti
04 Il debito vincola il lavoratore: non può permettersi di perdere il lavoro, di scioperare, di cambiare percorso di vita
05 L’assenza di conflittualità sociale e l’impossibilità di agire politicamente vengono elaborate tornando davanti alla televisione
↺ Il ciclo ricomincia

Thorstein Veblen aveva identificato nella teoria del consumo vistoso il nucleo di questa dinamica. Herbert Marcuse, in L’uomo a una dimensione (1964), aveva mostrato come la società opulenta neutralizzi il conflitto di classe non attraverso la repressione, ma attraverso l’integrazione consumistica: il lavoratore indebitato che si identifica con il proprio status di consumatore non ha più né il tempo né la forza interiore per immaginare una società alternativa.

La versione contemporanea è più raffinata: non è ostentazione sociale, è anestesia esistenziale a rate. Il televisore da 65 pollici acquistato con 24 mesi a tasso zero serve a guardare il Grande Fratello, che serve a non pensare che il debito non finirà mai.

8. Lo streaming come variabile nuova — ma non neutrale

Tra il 2021 e il 2025, la RAI ha perso 769.000 spettatori medi giornalieri — un calo del 21,2%. Tutti i grandi broadcaster tradizionali registrano declini strutturali. La televisione generalista sta perdendo terreno a favore delle piattaforme di streaming: Netflix, Amazon Prime, Disney+, e ora Warner Bros. Discovery con Max.

Sarebbe ingenuo interpretare questo come un progresso verso la libertà informativa. Le piattaforme streaming non sono media di informazione: sono macchine di intrattenimento ottimizzate da algoritmi progettati per massimizzare il tempo di visione, non la qualità cognitiva dell’esperienza. I meccanismi di cattura dell’attenzione sono, se possibile, ancora più sofisticati di quelli televisivi tradizionali: personalizzazione algoritmica, autoplay, cliff-hanger narrativi costruiti con tecniche mutuate dalla psicologia comportamentale.

Il sistema di controllo cognitivo non è crollato con la crisi della televisione generalista: si è frammentato, personalizzato, reso invisibile. E, paradossalmente, più efficace.

9. Conclusione: decifrare il sistema

Il sistema televisivo italiano non è uno specchio neutrale della società. È uno strumento attivo di produzione del consenso passivo, del desiderio consumistico e della neutralizzazione del conflitto sociale, gestito da attori il cui interesse non coincide con quello dei cittadini che lo finanziano — con il canone nel caso RAI, con l’attenzione e il tempo di vita nel caso delle televisioni commerciali.

La penetrazione di capitali stranieri — americani, greci con backing saudita e qatarino, britannici tramite Sky — aggiunge una dimensione geopolitica che il dibattito pubblico italiano stenta a nominare. Si discute di garanzie editoriali, di pluralismo, di occupazione nelle redazioni. Non si discute quasi mai di chi decide, in ultima istanza, quali temi vengono portati all’attenzione dell’opinione pubblica italiana e quali vengono sistematicamente lasciati nell’ombra.

Decifrare la realtà significa, prima di tutto, riconoscere gli strumenti con cui la realtà viene costruita. La televisione è il principale di questi strumenti. Capire chi la possiede, come funziona e a quale scopo è il primo passo per sottrarsi alla sua presa.

Riferimenti e letture consigliate

  • Noam Chomsky & Edward S. Herman — Manufacturing Consent: The Political Economy of the Mass Media (1988)
  • Guy Debord — La Société du Spectacle (1967)
  • Herbert Marcuse — One-Dimensional Man (1964)
  • Thorstein Veblen — The Theory of the Leisure Class (1899)
  • AGCOM — Relazione annuale sul sistema delle comunicazioni in Italia (2025)
© 2025 ilcodice.eu — Demiurgo Decifrare la realtà

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