Geopolitica · Caraibi
Il buio di Cuba
Un’isola che si spegne lentamente, stretta tra due colpe che si sommano sulla pelle delle stesse dieci milioni di persone. E un’Europa che assiste, perché non sa — o non vuole — fare altro.
Immaginate un intero Paese che si spegne. Le città al buio per venti ore al giorno, gli ospedali che riducono tutto alle sole cure salvavita, le scuole chiuse perché nessuno — né studenti né insegnanti — riesce a raggiungerle. I camion fermi sui moli, carichi di aiuti che non arrivano a destinazione perché non c’è gasolio per spostarli. La spazzatura che si accumula nelle strade dell’Avana, dove solo quattro mezzi di raccolta su dieci sono ancora in funzione.
Questa è Cuba nel 2026, e dietro l’immagine — vera, documentata, drammatica — si nasconde una storia più complicata di quella che circola sui social. Una storia in cui la sofferenza è autentica ma i colpevoli sono più di uno, e nessuno di loro paga il conto. Lo pagano i cubani.
Lo strangolamento, e la sua data esatta
La prima cosa da dire è che la crisi acuta non è il prodotto inerziale di un embargo vecchio di sessant’anni. Ha una data di nascita precisa e un autore dichiarato. Il 29 gennaio 2026, con l’ordine esecutivo 14380, la Casa Bianca ha definito Cuba una minaccia «inusuale e straordinaria» per la sicurezza nazionale e ha autorizzato dazi secondari contro chiunque rifornisse l’isola di petrolio. Quando il 20 febbraio la Corte Suprema ha stabilito che quel tipo di dazi era illegittimo, l’amministrazione non ha mollato: ha cambiato strumento. Il 1° maggio 2026 è arrivato l’ordine esecutivo 14404, che applica a Cuba un regime di sanzioni secondarie dello stesso tipo riservato a Iran, Russia e Corea del Nord.
L’obiettivo è stato dichiarato senza giri di parole dallo stesso presidente: «Libereremo Cuba». In linguaggio non diplomatico: provocare il collasso del regime affamando l’economia che lo sostiene.
Gli effetti sono stati immediati e misurabili. Le due maggiori compagnie di trasporto marittimo al mondo, Hapag-Lloyd e CMA CGM — insieme circa il 60% del traffico merci verso l’isola — hanno sospeso le rotte per timore delle sanzioni. La canadese Sherritt, socia in una joint venture sul nichel, ha annunciato la «sospensione immediata» delle attività. Dal 6 giugno le carte Visa e Mastercard internazionali non funzionano più a Cuba. Il sistema elettrico nazionale era già collassato il 16 marzo; oggi i blackout coprono fino al 70% del Paese contemporaneamente. Una crisi nata energetica è diventata, nel giro di poche settimane, sanitaria e umanitaria.
Su questo il giudizio internazionale è netto. Un gruppo di relatori dell’ONU ha condannato l’ordine esecutivo già a febbraio, denunciando che il blocco del greggio compromette «il diritto del popolo cubano al cibo, alla salute, all’acqua e ai servizi igienico-sanitari». Quando un governo decide consapevolmente di interrompere il petrolio a un’isola che ne produce in proprio solo il 40%, sapendo che senza petrolio non c’è elettricità, né acqua pompata, né camion per il cibo e le medicine, sta usando la fame come strumento politico. Si chiama così, anche quando lo fa una democrazia.
La casa era già in macerie
E però fermarsi qui sarebbe propaganda, non analisi. Perché la verità scomoda — quella che il racconto vittimario di Cuba tende a saltare — è che l’isola era già in ginocchio prima del gennaio 2026, e per ragioni che con Washington c’entrano poco.
Lo zucchero, simbolo storico dell’economia cubana, è crollato sotto le 200 mila tonnellate: un settimo di quanto si produceva negli anni Ottanta, quando si contava in milioni. L’indice della produzione industriale, posto a 100 il valore del 1989, nel 2022 era sceso a 46. Tra il 2018 e il 2022 il riso è calato del 69%, i fagioli del 57%, la carne di maiale del 90%. Un Paese tropicale e agricolo importa oggi l’80% del cibo che consuma, e non ha i dollari per pagarlo.
La causa non è un capriccio del destino: è un modello economico di ispirazione sovietica che, in totale assenza di incentivi, ha spento la produttività e che la dirigenza non ha mai avuto il coraggio di riformare davvero — diversamente da quanto hanno fatto Cina e Vietnam. La liberalizzazione parziale del 2021 ha dato risultati minimi, soffocata dalla burocrazia.
C’è poi un dettaglio che fotografa il cuore politico della questione. Mentre la popolazione razziola benzina con code virtuali di settimane, e mentre il regime denuncia l’embargo «genocida», la polizia e gli apparati di sicurezza continuano a essere riforniti regolarmente. E il settore più redditizio dell’economia resta saldamente nelle mani di GAESA, il conglomerato gestito dalle forze armate, che monopolizza le risorse senza assumersi alcuna responsabilità per la crisi. È lo stesso meccanismo di ogni autocrazia sotto assedio: la scarsità non colpisce chi comanda, colpisce chi obbedisce. E il regime usa la sofferenza dei propri cittadini come merce di scambio al tavolo negoziale.
L’Europa che assiste in silenzio (e perché)
Si dice spesso, in queste settimane, che «il mondo resta in silenzio». Non è vero, ed è la parte più interessante della vicenda. L’Assemblea Generale dell’ONU condanna l’embargo ogni anno da oltre trent’anni. La Cina ha inviato riso, la Russia una petroliera, Sant’Egidio e la Chiesa container di aiuti. Il problema non è il silenzio: è l’impotenza. E l’impotenza, qui, ha un nome tecnico.
Le sanzioni secondarie americane funzionano perché colpiscono chiunque usi il sistema finanziario in dollari — cioè, in pratica, tutti. Un’azienda europea che commercia con Cuba non viola alcuna legge europea, ma rischia di essere tagliata fuori dal mercato statunitense e dal dollaro. Davanti a questa minaccia, le imprese si auto-sanzionano: smettono di operare ben oltre quanto la legge imporrebbe loro. È il fenomeno che i giuristi chiamano over-compliance, ed è la vera arma. Washington non ha bisogno di ordinare: le basta minacciare, e il mondo si allinea da solo.
Il punto che dovrebbe far riflettere chi vive in Europa è questo: gli strumenti per difendersi esistono. L’Unione Europea, il Regno Unito e il Canada possiedono da anni le cosiddette blocking statutes, normative pensate proprio per neutralizzare l’extraterritorialità delle sanzioni americane e proteggere le proprie imprese. Sono lì, scritte, vigenti. Eppure, a oggi, nessuno ha inserito l’ordine esecutivo 14404 nell’elenco delle misure da bloccare. La protezione resta sulla carta. Le aziende europee fuggono, e i governi europei guardano altrove.
È una scena che abbiamo già visto, sotto altre forme. La sovranità europea è piena quando si tratta di proclami; evapora nel momento in cui dovrebbe contraddire l’alleato che controlla la moneta in cui respira il commercio mondiale. Ogni padrone ha un padrone — e l’Europa, davanti al sistema-dollaro, sceglie ogni volta di non essere padrona di sé stessa.
Il doppio standard, di nuovo
Resta un’ultima asimmetria, ed è quella che lega questa storia a tante altre. Le sanzioni che colpiscono i civili, quando le subisce un avversario dichiarato dell’Occidente, vengono giustamente denunciate come crimini contro una popolazione inerme. Quando a imporle è Washington, contro un regime sgradito, diventano «pressione legittima», «strumento di politica estera», persino atto di liberazione. Lo stesso fatto materiale — bambini senza latte, malati senza dialisi affidabile, anziani con pensioni che non bastano a mangiare — cambia nome a seconda di chi tiene in mano la leva.
Non è un invito a tifare per il regime cubano, che ha responsabilità enormi e proprie. È un invito a guardare il meccanismo con occhi asciutti. A Cuba si incontrano oggi tre forze: una superpotenza che usa la fame come strumento di regime change; un regime che usa la fame dei suoi cittadini come scudo negoziale; e un Occidente che possiede gli strumenti per attenuare il danno ai civili e sceglie di non usarli. Tre piani distinti, tre responsabilità distinte.
Nessuna delle tre, da sola, spiega il buio dell’Avana. Tutte e tre insieme lo rendono inevitabile. E sotto le tre, sempre le stesse dieci milioni di persone, che non hanno scelto né il regime che le governa né l’impero che le assedia, e che al mattino accendono la luce solo per scoprire se, durante la notte, è tornata la corrente.
Fonti principali: ordini esecutivi 14380 e 14404 (White House, Dipartimento di Stato USA); relatori speciali e Assemblea Generale ONU; analisi di Akin, Baker McKenzie, Sidley Austin e Paul Hastings sul regime di sanzioni secondarie; reportage de Il Post, Il Sole 24 Ore (Reuters), Vatican News, Osservatorio Diritti; dati su produzione e povertà da IFAD, WFP, USDA e Centro Studi sull’Economia Cubana. Dove le stime provengono da fonti con orientamento dichiarato, sono attribuite e non assunte come definitive.
