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Il disordine delle regole

Giù la maschera, non il potere

Quello che è crollato in Occidente non è la forza militare né il dominio finanziario. È il diritto di raccontarsi come i buoni. E senza quella maschera, l’ordine «basato sulle regole» mostra ciò che è sempre stato: un ordine basato sulla potenza.

Quando la Russia ha invaso l’Ucraina, il lessico è stato immediato e unanime: aggressione, violazione di uno Stato sovrano, infrazione del diritto internazionale. Tutto vero. Ma una domanda resta sospesa, scomoda, e per questo raramente posta ad alta voce: quante volte è già successo, e perché allora non si è alzato lo stesso scandalo?

La risposta abituale a questa domanda è un riflesso difensivo: «stai giustificando Mosca». Non è così, e conviene sgombrare subito il campo. L’ipocrisia di chi accusa non assolve l’accusato. Che gli Stati Uniti abbiano invaso l’Iraq su un pretesto falso non rende legale l’invasione russa dell’Ucraina. Sono due crimini, non un crimine e un alibi. Chi usa il doppio standard per difendere il Cremlino commette lo stesso errore logico di chi lo nega per difendere Washington: scambia la coerenza morale per un derby.

La tesi di questo articolo è un’altra, e più radicale. Non che l’Occidente sia ipocrita — lo sono tutte le potenze, sempre. Ma che stiamo vivendo non la fine del potere occidentale, bensì la fine della sua maschera. Una distinzione che cambia tutto, e che la maggior parte dei commentatori — euforici o catastrofisti — non fa.

Lo stesso atto, conseguenze opposte

Prendiamo il confronto più pulito, quello che non ammette obiezioni di categoria: Iraq 2003 e Ucraina 2022. Struttura identica. Una grande potenza nucleare invade via terra uno Stato sovrano sulla base di una motivazione che si rivelerà falsa — le armi di distruzione di massa per l’una, la «denazificazione» per l’altra. Stesso schema, stessa illegalità rispetto all’articolo 2(4) della Carta ONU.

Gli esiti, invece, appartengono a due universi diversi:

Russia 2022: sanzioni a tappeto, congelamento delle riserve valutarie, esclusione parziale da SWIFT, mandato d’arresto della Corte Penale Internazionale per il capo dello Stato, isolamento diplomatico, status di paria.

Stati Uniti 2003: nessuna sanzione, nessun congelamento, nessuna corte, nessun isolamento. Gli USA non aderiscono alla CPI, e l’American Service-Members’ Protection Act — soprannominata «Hague Invasion Act» — autorizza perfino l’uso della forza per liberare cittadini americani che la Corte dell’Aia volesse processare. L’immunità non è un fatto: è scritta nella legge.

La differenza non è giuridica. Sul piano del diritto i due atti sono gemelli. La differenza è di potere: chi controlla il sistema sanzionatorio — il dollaro, i canali di pagamento, la finanza globale — non può, per costruzione, essere sanzionato da quel sistema. Le regole esistono. Ma si applicano verso il basso, mai verso l’alto.

Lo stesso atto, percezioni opposte

Se la prima asimmetria è nelle conseguenze, la seconda è nel linguaggio. Lo stesso atto militare cambia nome secondo chi lo compie. È un’operazione di stabilizzazione o un’aggressione. Sono danni collaterali o crimini di guerra. È un governo o un regime. Il vocabolario non descrive l’atto: ne predetermina il giudizio, prima ancora che il lettore abbia avuto modo di formarsene uno.

Il caso che disinnesca ogni obiezione di parte è il Kosovo, 1999. Settantotto giorni di bombardamenti NATO sulla Serbia, senza alcuna risoluzione del Consiglio di Sicurezza, giustificati come «intervento umanitario». Fu la Russia stessa, nel 2014, a citare quel precedente per la Crimea: avete creato voi il modello dell’azione militare senza mandato ONU in nome dei diritti umani. L’Occidente rispose che il Kosovo era un caso sui generis, unico, irripetibile. Naturalmente. Ogni potenza dichiara unica la propria eccezione. È esattamente questo il meccanismo.

Da Gaza, oggi, il resto del mondo trae la lezione più corrosiva: l’Occidente non applicherà a sé — né ai propri alleati — gli standard che predica agli avversari. E una volta che questo è chiaro davanti a due terzi del pianeta, ogni futura condanna occidentale nasce già screditata.

Il meccanismo, non l’indignazione

A determinare chi viene punito e chi assolto, chi è «aggressore» e chi «interviene», non è la gravità dell’atto. Sono tre filtri strutturali, indipendenti da ogni considerazione morale:

1. La posizione nel sistema finanziario. È sanzionabile solo chi non controlla la valuta di riserva e i canali di pagamento. Chi li controlla è, per definizione, fuori portata.

2. L’adesione alle istituzioni. La Corte Penale Internazionale vincola chi vi aderisce. Stati Uniti, Russia, Cina, Israele ne sono fuori. Una corte che, di fatto, può perseguire solo i deboli.

3. Il controllo della narrazione. Chi possiede le agenzie di stampa, le piattaforme, la lingua franca dei media, definisce le parole. E chi definisce le parole, definisce chi è il colpevole.

La maschera, non la struttura

Qui arriva la distinzione che separa l’analisi dal tifo, ed è quella su cui si gioca tutto. È di moda dire che «il modello occidentale è finito». È falso, ed è un errore che si confuta in una riga: il dollaro resta circa il 58% delle riserve valutarie mondiali, le portaerei americane presidiano ancora ogni oceano, SWIFT è ancora il sistema nervoso dei pagamenti globali. La struttura del potere occidentale — militare e finanziaria — regge.

Ciò che è crollato è un’altra cosa: la legittimità. Il diritto di raccontarsi come «quelli dalla parte giusta». Il doppio standard fra Ucraina e Gaza ha fatto, in due anni, più danni alla credibilità morale dell’Occidente di vent’anni di propaganda avversaria. Il Sud globale non «crede» più al pacchetto democrazia-diritti-regole — non perché sia stato persuaso da Mosca o Pechino, ma perché ha visto con i propri occhi che quel pacchetto è a geometria variabile.

Tenere distinte le due cose è ciò che rende l’analisi inattaccabile. Chi confonde il cedimento della legittimità con il cedimento della struttura sbaglia su entrambi i fronti: si illude che il potere stia per cambiare mani, quando invece a cambiare è solo la sua presentabilità. La maschera cade. Il volto resta.

L’alternativa che non c’è (ancora)

Lo stesso rigore va applicato all’altro lato. I BRICS non sono un blocco. Sono una sigla che contiene contraddizioni strutturali insanabili. India e Cina sono rivali sistemici, con dispute di confine sfociate nel sangue — la valle di Galwan, 2020 — e Nuova Delhi siede nel Quad anti-cinese accanto a Washington, Tokyo e Canberra. Non costruirà mai un ordine a guida cinese.

Non c’è valuta comune, non c’è progetto comune, non c’è ideologia comune. C’è un solo denominatore: non subire più il diktat occidentale. È un cartello di scontenti, non un’alternativa coerente. Il che non lo rende irrilevante — lo rende, per ora, una forza di erosione e non di sostituzione. Il mondo non passa da un egemone a un altro. Si frammenta in un disordine multipolare in cui nessuno detta più le regole a tutti.

Taiwan, ovvero il diritto come merce

Se serviva una prova in tempo reale che il «diritto dei popoli» vale quanto conviene a chi lo brandisce, l’ha fornita il vertice fra Donald Trump e Xi Jinping del maggio 2026. Interrogato se gli Stati Uniti difenderebbero Taiwan da un attacco cinese, Trump ha rifiutato di rispondere. Ha aggiunto di non volere «che qualcuno vada indipendente» e di non vedere perché si dovrebbero «percorrere 9.500 miglia per combattere una guerra». E soprattutto ha condizionato un pacchetto di armi da 14 miliardi di dollari all’isola all’esito dei negoziati commerciali con Pechino, definendolo testualmente una merce di scambio.

Ecco il punto. La stessa potenza che in Ucraina invoca la sacralità della sovranità di una democrazia aggredita, su un’altra democrazia sovrana — Taiwan — ragiona in termini di bargaining chip, di merce sul tavolo di una trattativa sui dazi. Non è un’incoerenza occasionale. È la regola resa visibile: il principio si applica dove conviene, si sospende dove costa.

Si noti che questo non rende un’invasione cinese più probabile sul piano materiale. Lo Stretto resta largo e tempestoso, l’industria dei semiconduttori resta troppo preziosa per essere distrutta, la dipendenza energetica cinese dalle rotte marittime resta un cappio. A cadere non è il deterrente fisico, che tiene. È il deterrente reputazionale: il costo, per chiunque agisca, di essere condannato da un Occidente che ha perso il diritto di condannare.

La conclusione non è consolatoria per nessuno. L’indignazione selettiva non è un difetto morale di questo o quel leader: è una funzione del sistema. Chi sta in alto definisce la regola, l’eccezione alla regola, e il vocabolario con cui se ne discute. È sempre stato così. La novità del nostro tempo non è che il meccanismo esista — è che sia diventato visibile, perché chi lo subiva ha smesso di fingere di non vederlo.

L’ordine «basato sulle regole» non muore. Si toglie la maschera. E ci guarda in faccia per quello che è sempre stato: un ordine basato sulla potenza, in cui le regole sono lo strumento di chi la detiene, non il limite a cui si sottomette.

— Demiurgo

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