Analisi · Finanza e Potere
Il grande scacco al risparmio italiano.
Chi controlla i 6.000 miliardi delle famiglie
Mentre il risiko bancario italiano vive la sua giornata più convulsa — con l’OPAS di Intesa Sanpaolo su MPS annunciata nella notte dell’8 giugno 2026 — vale la pena fermarsi a guardare la scacchiera intera. Quella visibile, con i suoi attori istituzionali e i loro comunicati stampa. E quella sommersa, dove si muovono i fondi americani, le ambizioni francesi e il capitale privato italiano che da anni cerca il controllo del Leone di Trieste. La posta è enorme: oltre 6.000 miliardi di euro di ricchezza finanziaria privata.
I. La posta: la ricchezza finanziaria degli italiani
Gli italiani sono, storicamente, un popolo di risparmiatori. Nonostante due decenni di stagnazione economica, la ricchezza finanziaria delle famiglie ha continuato a crescere: nel 2024 ha raggiunto i 6.030 miliardi di euro, secondo un’analisi FABI del giugno 2025, dai 5.216 miliardi del 2023. Se si allarga il perimetro alla ricchezza finanziaria complessiva del settore privato — includendo banche, fondi e assicurazioni — si arriva a 19.613 miliardi, secondo dati Unimpresa.
Di questa cifra, 1.131 miliardi giacciono su conti correnti e depositi a basso rendimento. Le polizze assicurative e i fondi pensione pesano per circa 1.134 miliardi. I fondi pensione complementari hanno accumulato risorse destinate alle prestazioni per 261 miliardi, pari a circa il 12% del PIL. Il 45% dei risparmi è allocato in azioni e fondi — e qui si apre la partita vera.
Chi gestisce questo fiume di denaro ha in mano un potere straordinario: orientare gli investimenti, influenzare la governance delle imprese, sostenere o affondare il debito pubblico, modellare i comportamenti dell’economia reale. Non è un’esagerazione dire che controllare il risparmio italiano equivale, in larga misura, a controllare l’Italia.
Il cuore della partita: Assicurazioni Generali gestisce circa 900 miliardi di euro di asset — tra i quali decine di miliardi in BTP italiani. Chi controlla Generali controlla, indirettamente, uno dei più grandi veicoli di risparmio privato e di finanziamento del debito pubblico d’Europa.
II. Il nodo Generali: perché tutti la vogliono
Assicurazioni Generali è il più grande gruppo assicurativo italiano e uno dei primi cinque in Europa. Non è solo una compagnia di assicurazioni: è un sistema. Gestisce polizze vita di milioni di famiglie italiane, detiene partecipazioni strategiche in aziende europee, possiede un portafoglio immobiliare di prim’ordine nelle principali capitali europee, e — questo è il dato politicamente più sensibile — ha in portafoglio una quota significativa di BTP italiani, con un’esposizione stimata in oltre 40 miliardi di euro.
Chi controlla Generali non controlla soltanto i premi assicurativi: controlla una macchina di orientamento del risparmio privato europeo. Per questo la sua governance è oggetto di contesa da oltre un decennio, in quello che può essere definito un conflitto per procura tra interessi nazionali e internazionali, famiglie imprenditoriali e fondi globali, stato italiano e capitali francesi.
La struttura azionaria del Leone, aggiornata all’aprile 2026, racconta già una storia complessa. I soci principali sono Mediobanca — con circa il 13,2% — e i grandi imprenditori italiani Francesco Gaetano Caltagirone (circa il 6,9%) e il gruppo Delfin degli eredi Del Vecchio (circa il 9,9%). E poi, in posizione minoritaria ma tutt’altro che marginale, BlackRock: con una partecipazione aggregata del 5,009% comunicata alla Consob il 15 maggio 2026, detenuta attraverso sedici società di gestione controllate.
III. Il risiko bancario: la mappa delle mosse
Per comprendere il contesto in cui si inserisce la contesa su Generali, è necessario seguire il filo del risiko bancario italiano degli ultimi dodici mesi. Le mosse non sono state isolate: hanno obbedito a una logica complessiva che ha Generali come obiettivo finale.
Tutto parte da Banca Monte dei Paschi di Siena, controllata dal MEF con l’11,7% del capitale. Il governo Meloni, attraverso il ministro Giancarlo Giorgetti, ha orchestrato una graduale privatizzazione strategica di MPS, cedendo quote a Banco BPM, Delfin e Caltagirone — non casualmente gli stessi soci già presenti nel capitale di Mediobanca e di Generali. L’obiettivo dichiarato: costruire un “terzo polo” bancario italiano in alternativa a Intesa Sanpaolo e UniCredit, e blindare Generali da possibili acquisizioni francesi o tedesche.
A cavallo tra il 2025 e il 2026, MPS ha lanciato un’OPS ostile su Mediobanca, portata a termine dall’AD Luigi Lovaglio con la sponda politica del governo. Il risultato: MPS ha acquisito il controllo di Piazzetta Cuccia, diventando indirettamente il principale azionista di Generali attraverso la quota del 13,2% detenuta da Mediobanca. La Procura di Milano ha aperto un’indagine per aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza a carico di Lovaglio, Caltagirone e Francesco Milleri (CEO di Delfin), ipotizzando un “disegno comune” per arrivare al controllo di Generali.
L’8 giugno 2026 — questa mattina, al momento in cui scriviamo — lo scenario è cambiato di nuovo, radicalmente. Intesa Sanpaolo ha annunciato un’OPAS da 30,6 miliardi di euro sull’intero capitale di MPS, con un accordo vincolante con Unipol Assicurazioni per la cessione di 635 filiali e del marchio Montepaschi. Intesa manterrebbe Mediobanca, la quota del 13,2% in Generali, e circa 625 filiali ex-MPS — diventando di fatto il secondo gruppo bancario europeo per capitalizzazione. Il CDA di Intesa ha anche approvato l’acquisto diretto del 3,01% di Generali.
| Attore | Quota in Generali | Posizione / Obiettivo |
|---|---|---|
| Mediobanca (ora MPS→Intesa) | ~13,2% | Primo azionista; ago della bilancia della governance |
| Delfin (eredi Del Vecchio) | ~9,9% | Scomposizione interna (causa Milleri vs eredi); orientamento in bilico |
| Caltagirone | ~6,9% | Aspirante controllore; indagato per aggiotaggio |
| BlackRock | 5,009% (16 veicoli) | Presenza strutturale; orientamento strategico silenzioso |
| MEF / Governo Meloni | Indiretto via MPS | “Sovranismo finanziario”; blindare Generali da francesi |
| Intesa Sanpaolo | 3,01% (diretto, +Mediobanca) | Mossa dell’8 giugno 2026: scalata a MPS e ingresso in Generali |
IV. BlackRock e Vanguard: il controllo senza volto
Il risiko bancario italiano, con le sue battaglie tra famiglie imprenditoriali e interventi del governo, rischia di distrarre dall’attore che ha già vinto, silenziosamente, senza sparare un colpo: BlackRock.
Il fondo americano guidato da Larry Fink gestisce globalmente oltre 14.000 miliardi di dollari di asset. In Italia la sua penetrazione è capillare: detiene il 5,12% di UniCredit, il 5,005% di Intesa Sanpaolo, il 5,022% di Enel, il 5,78% di Prysmian, il 5% di Banco BPM, il 3,2% di MPS, oltre a partecipazioni significative in Terna, Snam, Azimut, Moncler e — appunto — il 5,009% di Generali. Se si aggiungono le quote di Vanguard e di altri grandi fondi americani, la soglia del 20% della capitalizzazione della quasi totalità delle blue chip italiane viene superata.
Ma la presenza di BlackRock non si esaurisce nelle partecipazioni azionarie dirette. Secondo lo studio NMG Consulting citato da Valori.it, nel 2024–2025 BlackRock è stato considerato il principale gestore patrimoniale in Italia, sia per clientela istituzionale che retail, con una raccolta stimata attorno ai 170 miliardi di euro attraverso ETF, fondi attivi, mandati istituzionali e strumenti unit-linked distribuiti attraverso le reti bancarie e assicurative italiane. Lo stesso Generali utilizza strategie proprietarie di BlackRock per alcuni dei suoi fondi interni unit-linked.
Il meccanismo è sottile ma potente. BlackRock raccoglie il risparmio degli italiani attraverso fondi indicizzati a basso costo — gli ETF — e lo usa per acquistare partecipazioni nelle stesse aziende italiane in cui quegli italiani lavorano, che forniscono loro servizi, che finanziano il loro debito pubblico. Il cerchio si chiude: i risparmi italiani finanziano la presenza azionaria di un fondo americano nelle imprese strategiche italiane.
Il paradosso del common ownership: BlackRock è contemporaneamente azionista di Intesa Sanpaolo, UniCredit, MPS e Generali. Qualunque sia l’esito del risiko bancario, la quota di risparmio gestito che finisce nelle sue mani aumenta. La competizione tra istituti italiani, nei fatti, non intacca la posizione di un fondo che li detiene tutti.
V. L’asse francese e la partita BPCE-Natixis
Se BlackRock è il convitato di pietra americano, la Francia è l’antagonista europeo dichiarato nella narrativa sovranista del governo Meloni. La partita si è giocata soprattutto sul terreno del risparmio gestito: nel 2024, Generali e la francese BPCE (proprietaria di Natixis Investment Managers) avevano avviato trattative per fondere le rispettive attività di asset management, creando un colosso europeo con oltre 1.900 miliardi di euro in gestione.
L’operazione è stata affossata alla fine del 2025, contestata dal governo italiano e dagli azionisti forti Delfin e Caltagirone, che vedevano in essa il rischio concreto di cedere il controllo strategico del risparmio italiano a un’entità a forte impronta francese. La resistenza ha funzionato: la joint venture non si è fatta. Ma la pressione francese sul sistema finanziario italiano — attraverso Crédit Agricole (presente nel capitale di Banco BPM e attore ricorrente nelle ipotesi di fusione) e le ambizioni di BNP Paribas — rimane strutturale.
Non si tratta di semplice concorrenza bancaria. La Francia ha una lunga tradizione di utilizzo della propria industria finanziaria come strumento di potere economico in Europa. Controllare i flussi di risparmio in un paese come l’Italia — con una ricchezza privata accumulata sproporzionata rispetto al PIL — è un obiettivo strategico di primo ordine.
VI. Lo Stato, il MEF e il “sovranismo finanziario”
Il governo Meloni ha abbracciato esplicitamente la retorica del “sovranismo finanziario”: difendere il risparmio italiano da acquisizioni straniere, costruire un polo bancario nazionale, impedire che Generali finisca sotto controllo francese o tedesco. MPS, controllata dal MEF, è stato lo strumento scelto per questa partita.
La realtà è più contraddittoria. Il governo ha ceduto quote di MPS a Caltagirone e Delfin — soggetti privati con interessi propri, non necessariamente coincidenti con quelli nazionali — ed ha avallato operazioni la cui correttezza procedurale è ora al vaglio della magistratura. Mentre si proclamava la difesa del risparmio italiano dai francesi, i fondi americani acquistavano silenziosamente posizioni in tutto il sistema bancario-assicurativo senza incontrare alcuna resistenza politica.
Il “sovranismo finanziario” del governo ha protetto Generali da BPCE, ma non ha minimamente contrastato la penetrazione di BlackRock e Vanguard. La spiegazione più parsimoniosa è che la distinzione non è tra capitale italiano e capitale straniero, ma tra capitale continentale europeo — percepito come concorrente diretto degli interessi della classe dirigente italiana — e capitale anglosassone, ormai così integrato nel sistema da non essere più percepito come “straniero”.
VII. Il vero obiettivo: chi orienta i flussi futuri
La posta della partita non è solo il controllo attuale di Generali o di MPS. È il controllo dei flussi futuri del risparmio italiano in una fase di trasformazione strutturale.
I depositi bancari stanno scendendo al 21,6% del totale — il livello più basso dal 2007 — mentre crescono i fondi comuni, gli ETF e il risparmio gestito. Le famiglie italiane stanno, lentamente, spostando la loro ricchezza da forme passive (conti correnti) a forme gestite, dove i margini per chi controlla la distribuzione sono enormi. Chi presidia le reti di distribuzione — bancarie, assicurative, di consulenza — controlla dove atterrano questi capitali.
C’è poi la dimensione previdenziale. I fondi pensione complementari gestiscono già 261 miliardi, con una crescita dei contributi del 10% nel solo 2025. Con un sistema pensionistico pubblico destinato a erogare assegni sempre più bassi per le generazioni future, la previdenza complementare è destinata a crescere enormemente nei prossimi vent’anni. Chi gestirà quei flussi, attraverso quali veicoli e con quale orientamento degli investimenti, è una domanda da trilioni di euro.
Infine, c’è il debito pubblico. Generali detiene oltre 40 miliardi di BTP italiani. Una eventuale modifica nell’orientamento degli investimenti della compagnia — verso asset stranieri, verso prodotti ESG gestiti da fondi terzi, verso strategie di duration più corte — avrebbe effetti immediati sulla stabilità del mercato del debito italiano. Non è un caso che il governo italiano abbia sempre un occhio sulla governance del Leone: Generali è, tra le altre cose, un grande compratore istituzionale di debito pubblico.
VIII. La scacchiera dopo l’8 giugno 2026
L’OPAS di Intesa su MPS rimescola le carte. Se l’operazione andrà in porto — il percorso autorizzativo è lungo: Consob, Banca d’Italia, BCE, Antitrust, con completamento previsto non prima di dicembre 2026 — il sistema bancario italiano si assesterà su due grandi poli: Intesa Sanpaolo (che assorbirà Mediobanca e la sua quota in Generali) e UniCredit (impegnata sul fronte tedesco con Commerzbank, ma sempre un attore rilevante). Il progetto del “terzo polo sovranista” di Caltagirone-Delfin-MEF appare, per il momento, ridimensionato.
Per Generali, la prospettiva di avere Intesa Sanpaolo come primo azionista indiretto apre scenari inediti. Intesa è una macchina di distribuzione finanziaria straordinariamente efficiente: 20 milioni di clienti in Italia, 21.000 consulenti, una rete private bancaria di prim’ordine. La convergenza tra la manifattura assicurativa di Generali e la rete distributiva di Intesa potrebbe produrre il più grande veicolo di gestione del risparmio privato mai esistito in Italia.
Ma BlackRock sarà presente anche in questo scenario: azionista di Intesa, azionista di Generali, gestore delegato di porzioni significative del risparmio che entrambe le strutture distribuiscono. La partita del controllo non si esaurisce mai in una singola mossa. Si perpetua, strato su strato, attraverso le reti di distribuzione, i mandati di gestione, i prodotti a marchio altrui, le piattaforme tecnologiche — come Aladdin, il sistema di risk management di BlackRock usato da centinaia di gestori europei.
Conclusione: decifrare la partita
Il risparmio privato italiano — 6.000 miliardi accumulati in decenni di sacrifici e parsimonia delle famiglie — è la principale risorsa strategica del Paese. Non il petrolio, non i brevetti, non la forza lavoro: il capitale paziente delle famiglie italiane, sedimentato su conti correnti, polizze vita, fondi pensione e investimenti azionari.
La contesa che si gioca attorno a Generali, MPS e Mediobanca non è una disputa tecnica tra banchieri. È una guerra per il controllo di questo capitale — chi lo raccoglie, chi lo orienta, chi ne trae i margini di gestione, chi lo usa per finanziare il debito pubblico o per acquisire partecipazioni industriali. I protagonisti sono molteplici: famiglie imprenditoriali italiane con obiettivi propri, uno Stato che usa strumenti privatistici per fini pseudo-pubblici, fondi americani che hanno già vinto senza combattere, e potenze europee concorrenti che cercano di inserirsi nelle crepe del sistema.
La domanda che ogni italiano dovrebbe porsi non è chi vincerà il risiko bancario, ma a chi appartiene, davvero, il risparmio italiano. E se la risposta è che appartiene a chi lo gestisce — e non a chi lo ha prodotto — allora la partita più importante è quella di cui si parla meno: la regolazione trasparente, la concorrenza reale nelle reti di distribuzione, e la capacità dello Stato di orientare i capitali privati verso gli investimenti produttivi di cui il Paese ha bisogno.
Demiurgo
ilcodice.eu · Decifrare la realtà · 8 giugno 2026
