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Ogni padrone ha un padrone

Ogni padrone ha un padrone

Trump umilia Meloni e implora Netanyahu, nello stesso arco di giorni. Non è incoerenza: è la stessa legge, letta a due livelli diversi della stessa catena.

In un libro in uscita, Donald Trump mostra un documento in cui si proclama più potente di Attila, Gengis Khan, Napoleone, Stalin, Mao e Hitler — e ne legge i nomi ad alta voce, traendone, scrivono gli autori, evidente piacere. La sua spiegazione su Napoleone è rimasta: “io più grande di lui, non aveva gli aerei, giusto?”. Lo dice mentre ripete, dopo la guerra dei cento giorni con l’Iran, di aver scoperto che al suo potere “non ci sono limiti”.

Negli stessi giorni, lo stesso uomo telefona a Benjamin Netanyahu e — secondo le ricostruzioni — lo incalza: smettila di far saltare in aria edifici, sii più razionale. Israele continua a bombardare il sud del Libano nonostante il cessate il fuoco; Trump chiede, e non ottiene. Con Giorgia Meloni, nelle stesse ore, il registro è opposto: l’ha “implorato per una foto”, non la vuole “come fan”. Disprezzo verso l’alleato che obbedisce, supplica verso l’alleato che disobbedisce. Vale la pena fermarsi su questa asimmetria, perché suggerisce qualcosa che il racconto corrente — Trump imprevedibile, Trump umorale — non coglie: e se non fosse forza, ma posizione?

La misura del potere

Il potere reale non si misura dagli insulti che uno può pronunciare, ma dai costi che può imporre senza subirne in cambio. Chi può colpirti e restare impunito è più forte di te; chi ti colpisce e teme la tua reazione sta già negoziando. È una legge semplice, e spiega l’asimmetria meglio di qualsiasi diagnosi caratteriale.

Applicata all’Italia, dice questo: Meloni è terreno gratuito. Non perché l’Italia sia oggettivamente impotente — vedremo che alcune leve le avrebbe — ma perché non dispone di ritorsioni che a Trump costino qualcosa, e tutti lo sanno. Lo dice, involontariamente, la stessa premier quando lamenta che Trump non mostri “la stessa determinazione” verso le leadership ostili all’Occidente, “con le quali si dimostra molto più accondiscendente”. È l’ammissione esatta della legge: con chi può far male, Trump è cauto; con chi non può, è brutale. Umiliare l’Italia non è un atto di forza. È la scelta del bersaglio che non spara.

Reagan, venti minuti

Se la legge è vera, deve valere anche su Trump. E qui la storia offre un metro preciso. Il 12 agosto 1982, dopo ore di bombardamento israeliano su Beirut Ovest, Ronald Reagan telefona a Menachem Begin: deve finire, o — sono parole sue — le intere relazioni future tra i due Paesi sono in pericolo. Usa deliberatamente la parola “olocausto”. Venti minuti dopo, Begin richiama per dire che ha ordinato la fine del bombardamento. “Non sapevo di avere questo tipo di potere”, confida Reagan a un collaboratore, riattaccando.

Quarantaquattro anni dopo, la scena si rovescia. Trump telefona a Netanyahu sullo stesso fronte — il Libano — e chiede di fermarsi. Netanyahu non si ferma. Avrebbe rifiutato seccamente persino l’ipotesi di un ritiro israeliano dal sud del Libano dentro l’intesa con l’Iran. Lo stesso copione del 1982, l’esito opposto: Begin cedette in venti minuti, Netanyahu continua. La domanda non è perché Trump sia “più debole” di Reagan come uomo. È cosa è cambiato nella posizione del presidente americano.

La risposta è che in quarant’anni il legame è stato istituzionalizzato fino a togliere alla Casa Bianca la leva che Reagan ancora aveva. Allora “interrompo le relazioni” era una minaccia credibile, perché le relazioni erano ancora interrompibili. Oggi la minaccia è vuota: colpire Israele significherebbe, per Trump, colpire la propria coalizione interna — la base evangelica, il Congresso, l’apparato di sostegno blindato per legge e per voti. Reagan poteva fermare Begin perché esisteva ancora un costo che poteva imporgli. Trump, quando urla a Netanyahu, rivendica un potere che la struttura gli ha tolto.

Va detto con onestà: esiste una lettura alternativa, secondo cui Trump e Netanyahu reciterebbero un gioco delle parti concordato — il poliziotto buono e quello cattivo — per gestire Teheran. È possibile. Ma regge meno dei fatti: un gioco concordato non spiega perché Israele rifiuti nei fatti ciò che Trump chiede nei fatti, né perché il presidente americano arrivi a dichiarazioni di frustrazione che lo mostrano debole davanti al proprio elettorato. La spiegazione più semplice resta la più solida: nella relazione con Israele, chi detta le condizioni non è Washington.

La catena

Messi in fila, i due fatti compongono una struttura: non “il potente Trump”, ma una sequenza di asimmetrie in cui ogni anello scarica verso il basso l’umiliazione che riceve dall’alto. Netanyahu detta a Trump sul Levante; Trump incassa e si rifà su Meloni; l’Italia incassa e scarica verso il basso — sui propri cittadini, su chi protesta contro un’opera e si vede condannare alle spese. Chi sta in fondo alla catena non ha nessuno sotto di sé. Paga, e basta.

Perché proprio Meloni come anello sacrificabile? Due ragioni si sommano, e conviene tenerle entrambe sul tavolo. La prima è punitiva, e ha una storia di mesi. A fine marzo 2026, nella fase calda della guerra dei cento giorni contro l’Iran, l’Italia nega agli Stati Uniti l’uso della base di Sigonella per operazioni offensive e rifiuta di unirsi alla missione nello Stretto di Hormuz. Ad aprile la frattura si allarga: dopo l’ennesimo attacco israeliano in Libano — con colpi di avvertimento sparati contro un convoglio di peacekeeper italiani — il governo sospende il rinnovo del memorandum di cooperazione militare con Israele, in vigore dal 2006. È l’atto più sovrano dell’intera vicenda: il congelamento di un trattato di difesa con l’alleato regionale di Washington. Trump reagisce già allora, con un’intervista al Corriere (“sono scioccato da lei”); ma è a giugno, sulla scena della foto al G7, che la rappresaglia diventa pubblica e personale. La punizione di giugno arriva in fondo a una disobbedienza cominciata a marzo.

La seconda ragione è di opportunità: finché Trump aveva bisogno di un canale verso Bruxelles, l’unica leader conservatrice capace di parlare sia con l’establishment europeo sia con la destra americana era una risorsa. Nel momento in cui tratta direttamente con chi ha le leve reali del continente, l’intermediaria diventa superflua. Disobbediente e divenuta inutile: umiliarla non costa nulla, due volte. Quest’ultima lettura — la fine del ruolo di ponte — resta un’interpretazione [Probabile], non una dichiarazione esplicita di Trump; ma spiega la tempistica meglio del solo rancore.

E l’affinità ideologica non protegge. Trump colpisce nello stesso periodo Macron, Merz, Starmer, la Spagna; arriva ad attaccare pubblicamente Papa Leone XIV — un pontefice americano — per le sue critiche alla guerra contro l’Iran. Non risparmia nessuno, e meno che mai chi gli somiglia: la simpatia politica non crea corsie preferenziali, solo rapporti di forza. È un metodo, e i metodi non guardano in faccia a nessuno.

Dove la catena si fa denaro

C’è un punto in cui le giravolte di Trump smettono di essere parole e diventano prezzi. Nei giorni delle oscillazioni sull’Iran — minaccia, pausa, minaccia, cessate il fuoco — movimenti anomali e ripetuti sui futures del petrolio e sugli indici azionari hanno anticipato di minuti gli annunci del presidente: miliardi in contratti scambiati poco prima dei suoi post, segnalati da Bloomberg e dalla Financial Times, oggetto di una lettera di senatori e di un’indagine della CFTC. Chi sia all’origine di quei movimenti è sotto inchiesta; nessuno, finora, l’ha accertato.

Ma il dato strutturale non dipende dall’esito dell’indagine: chi controlla i tempi e i contenuti degli annunci controlla un mercato profondo e reattivo. L’incoerenza, da questo lato, non è solo esibizione di potere — è market-moving. E mentre lo Stretto di Hormuz torna a chiudersi perché l’accordo di Trump non regge, l’Italia — che il gas lo paga già a premio — subisce il prezzo di una volatilità che altri, più vicini alla stanza dei bottoni, sono in posizione di monetizzare.

Il tesoro che non si può spendere

La posizione dell’Italia nella catena ha un simbolo perfetto: l’oro. La terza riserva aurea del mondo — 2.452 tonnellate — di cui una metà custodita all’estero, parte alla Federal Reserve di New York. In teoria, una riserva del genere è una leva: un Paese sovrano la userebbe come carta negoziale. L’Italia non può, perché è incatenata al sistema-dollaro dal lato del debito: ha bisogno della pace dei mercati per rifinanziarsi più di quanto i mercati abbiano bisogno del suo oro. La Germania, tra il 2013 e il 2017, ha rimpatriato centinaia di tonnellate da New York: si può fare. Ma lo si fa in tempi distesi e da posizione di forza, non nel mezzo di uno scontro, dove il gesto suonerebbe come dichiarazione di sfiducia e si ritorcerebbe sullo spread prima di produrre qualsiasi beneficio. Ne ho scritto altrove: qui basta il paradosso. La terza riserva del mondo non rende potenti. È un tesoro che non si può spendere, custodito a casa del creditore.

Ciò che non accade

Restava una prova: di fronte all’umiliazione, l’Italia avrebbe reagito sull’onore o sulla sostanza? Vale la pena notare che la sostanza, una volta, c’era stata davvero: ad aprile il congelamento del patto con Israele e il no a Sigonella erano atti concreti, non dichiarazioni. A giugno, però, sotto l’insulto personale, la reazione cambia natura. In pubblico, la fermezza: una lettera della premier — “l’Italia è una nazione sovrana”, “concentrati sulla tua popolarità” — e la rivendicazione sulle basi americane. Una rivendicazione, va detto, più sottile di come suona: quando a fine giugno il segretario NATO Rutte si vanta su Fox dei 500 voli americani partiti dall’Italia per la guerra all’Iran, il governo precisa che si trattava di voli logistici previsti dai trattati, non di missioni offensive — quelle, come a Sigonella, erano state negate. Le basi, dunque, non “non si toccano”: operano ogni giorno nei limiti degli accordi, e si fermano solo oltre quel limite. Onore difeso, ma su un margine stretto. Nei fatti, il rientro, in sordina: contatti tra Tajani e Rubio, contrordine sul ricevimento del 4 luglio a cui il governo tornerà, un vertice NATO ad Ankara in cui Meloni rivedrà Trump — e dove, sulla scia delle parole di Hegseth sugli “scrocconi”, l’umiliazione potrebbe ricominciare. Tra aprile e giugno la spina dorsale non si è irrobustita: si è accorciata.

Il segnale di sostanza vero, però, è il più silenzioso: Palazzo Chigi ha dato indicazione di rallentare il voto parlamentare sulla missione cacciamine a Hormuz. Si stava lavorando per votarla a inizio luglio; ora “aspettiamo”. Non un rifiuto, non un’adesione: un rinvio. La fermezza esibita sulle basi si traduce, nei fatti, in un non-ancora — nel tenere aperte entrambe le porte. È l’asimmetria temporale fatta tattica: non rompere, non cedere, guadagnare tempo.

Su tutto, la preoccupazione del Quirinale — garante, per ruolo, della continuità atlantica. Il suo allarme dice che la rottura, dentro il sistema, semplicemente non è tra le opzioni consentite: quando l’anello si agita troppo, esiste un livello che richiama all’ordine. La subalternità non è soltanto una scelta della premier; è una struttura che ha i suoi guardiani.

Così la catena non si spezza con un insulto, e nemmeno con una lettera fiera. Si misura in ciò che non accade: un voto rinviato, un ricevimento a cui si torna, un summit a cui ci si presenta. L’orgoglio è per il pubblico interno; il rientro è per Washington. Trump si crede Napoleone perché ha gli aerei. Ma il potere che conta non è quello che si proclama nei libri misurandosi coi morti della storia: è quello silenzioso di chi può far rinviare un voto in un parlamento lontano senza alzare la voce. E lungo tutta la catena — da Gerusalemme a Washington a Roma — vale la sola regola che la tiene insieme: ogni padrone, fino all’ultimo, ha un padrone. Tranne chi sta in fondo.

Demiurgo — Decifrare la realtà

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