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Trattati o infrastrutture

Geopolitica dell’energia · Analisi

La sovranità che non si negozia

Perché l’autonomia energetica italiana non si conquista con i trattati, ma con la ricerca, le reti e la riduzione del fabbisogno importato. E perché di questo, nel dibattito politico, non si parla davvero.

Ogni volta che lo Stretto di Hormuz torna sulle prime pagine, riemerge una vecchia liturgia: il barile che vola, l’inflazione che morde, le banche centrali che alzano i tassi, la recessione alle porte. Negli stessi giorni, da sponde opposte, si leva una liturgia speculare e altrettanto consolatoria: il «Grande Sud» che ci salva, l’economia reale dei BRICS che assorbe lo shock, la fine del dollaro. Sono due narrazioni opposte e simmetricamente inutili, perché entrambe spostano lo sguardo dal punto che riguarda davvero un Paese importatore netto come l’Italia: quanto siamo esposti, e cosa possiamo realmente fare per esserlo di meno.

Vale la pena partire da qui, sgombrando il campo dalle favole — comprese quelle che suonano simpatiche.

1. La biforcazione del prezzo, senza trionfalismi

Qualcosa di vero, nelle tesi sulla «de-dollarizzazione», c’è. Dopo il 2022 si è strutturato un circuito parallelo di scambi energetici: greggio russo e iraniano venduto a sconto a India e Cina, regolato in parte in valute diverse dal dollaro, fuori dai benchmark di Londra. È un canale reale, e attenua il costo dell’energia per chi vi accede.

Ma «attenua» non è «annulla», e qui la propaganda gonfia il dato fino a romperlo. Il prezzo del petrolio resta globale: uno sconto geopolitico è uno sconto su un benchmark che rimane il riferimento. Se il Brent va a 130, l’Urals scontato di venti dollari va comunque a 110 — non è isolamento dallo shock, è un delta. Quanto alla «morte del dollaro»: la quota del renminbi nei pagamenti internazionali si aggira intorno al 4-5%, contro un dollaro stabilmente sopra il 45%, e come misura aggregata di uso internazionale lo yuan vale circa il 2,5% contro il 66% del biglietto verde. La de-dollarizzazione esiste come tendenza ai margini, non come fatto compiuto. Chi la racconta come rivoluzione in corso sta vendendo una conclusione, non leggendo un dato.

Il punto che interessa l’Italia non è chi vince tra dollaro e yuan. È che l’architettura del prezzo dell’energia sta diventando bipolare: un sistema dollaro-Brent-derivati e un sistema di contratti bilaterali fuori benchmark. E l’Italia è agganciata al primo, mentre i suoi fornitori scivolano sempre più nel secondo.

2. L’autonomia che ci è sempre stata negata

Non è la prima volta che l’Italia prova a costruirsi una posizione energetica propria, fuori dagli schemi imposti. È utile ricordarlo, perché definisce il perimetro reale dentro cui ci muoviamo.

Enrico Mattei costruì l’ENI come strumento di politica estera: accordi diretti con i Paesi produttori — Iran, URSS — che scavalcavano l’intermediazione del cartello anglo-americano delle «sette sorelle». Era una minaccia sistemica, non commerciale: rompeva il monopolio della relazione tra chi possedeva il greggio e chi lo distribuiva. La sua morte, nel 1962, resta ufficialmente un incidente; la pista dolosa, sostenuta dall’inchiesta Calia e da una parte della storiografia, non è mai stata chiusa. Ma la sostanza politica non è controversa: l’autonomia di Mattei dava fastidio, e finì.

Mezzo secolo dopo, una dinamica analoga in forma diversa. Quando l’Italia aveva consolidato con la Libia di Gheddafi un rapporto energetico privilegiato — il trattato del 2008, gli interessi ENI, i fondi sovrani libici — l’intervento militare del 2011, spinto in prima fila dalla Francia, smontò quell’assetto. Le ragioni furono molteplici: petrolio, posizionamento di Sarkozy, timori migratori, equilibri africani. Ridurre tutto a una congiura francese sarebbe pigro. Ma il risultato oggettivo fu inequivocabile: una posizione italiana costruita con pazienza venne azzerata da una decisione presa altrove.

La lezione che lega i due casi non è vittimista — «ci fermano sempre» — ma strutturale: l’autonomia energetica italiana è storicamente subordinata a vincoli che l’Italia non controlla. Il cartello allora, l’asse euro-atlantico e gli interessi dei partner più forti oggi. Il «Piano Mattei» dell’attuale governo riprende dichiaratamente quel filo. La domanda onesta è se abbia, nel 2026, più o meno spazio di manovra di quanto ne avesse l’originale.

3. Due strade, non alternative

Di fronte a tutto questo, esistono due risposte. Non sono in concorrenza: sono in sequenza.

La prima, di breve periodo, agisce dentro il mercato vincolato: diversificare i fornitori, costruire un hub del gas mediterraneo, negoziare contratti bilaterali. È utile, ma è un palliativo — ed è proprio la strada che Mattei e la Libia dimostrano essere esposta ai veti altrui. Compra tempo, non sovranità.

La seconda, di lungo periodo, è l’unica che cambia davvero la posizione: ridurre la quantità stessa di energia che devi comprare su quel mercato. Ogni kWh prodotto in Italia da sole, vento e acqua è un kWh che non paghi in valuta forte a un fornitore estero su un mercato che non controlli. Le rinnovabili, in questa chiave, non sono un tema ambientale: sono geopolitica della sovranità.

Ma qui serve onestà, e una verità scomoda per chi vende il sole come soluzione pulita e indolore: il fotovoltaico non elimina la dipendenza, la sposta. Ti svincola dal gas per produrre elettricità, ma ti aggancia alla Cina per produrre i pannelli — moduli, celle, polisilicio, terre rare raffinate, di cui Pechino controlla tra l’80 e il 90% della filiera. Non è sovranità: è cambio di creditore.

La differenza decisiva è economica. Il gas lo paghi ogni giorno per vent’anni, esposto a ogni shock. Il pannello lo paghi una volta e produce per vent’anni. La rinnovabile trasforma un costo operativo perpetuo e vulnerabile in un costo di capitale una tantum. È questo l’argomento di sovranità che regge — ed è economico prima che ambientale.

Né il «Grande Sud» né il sole ci salvano da soli. Chi promette l’uno o l’altro come scorciatoia sta raccontando la stessa favola, da due lati opposti.

4. I due abilitatori che mancano: ricerca e rete

La terapia di lungo periodo, però, non parte da sola. Ha bisogno di due infrastrutture abilitanti, e su entrambe l’Italia è in difetto — anche se in modi diversi, e va detto con precisione per non scadere nel luogo comune.

La ricerca. Qui il ritardo è grave e — il dato peggiore — in arretramento. L’Italia investe circa l’1,37% del PIL in ricerca e sviluppo, contro una media UE del 2,3% e un obiettivo del 3%. Non solo siamo sotto: la quota è scesa rispetto all’1,41% del 2021, mentre Germania e Danimarca superano il 3%. E il grosso lo mette il settore privato, il che significa che lo Stato latita proprio dove dovrebbe fare da apripista: ricerca di base, alto rischio, lungo orizzonte, esattamente ciò che il mercato non finanzia. La conseguenza è diretta: senza ricerca propria, ogni tecnologia energetica la compri da chi la sviluppa. La dipendenza tecnologica è la nuova dipendenza energetica.

La rete. Qui bisogna correggere un luogo comune. Dire che «la rete non procede» è falso: Terna ha varato un Piano di Sviluppo 2025-2034 da oltre 23 miliardi di euro, +10% sul precedente, con opere concrete in cantiere — il Tyrrhenian Link tra Sicilia, Campania e Sardegna in completamento entro il 2028, l’Adriatic Link tra Abruzzo e Marche con i cantieri già partiti. La rete procede.

Il problema vero è più sottile, e per questo più serio. Primo: le richieste di connessione di rinnovabili, accumuli e data center crescono più in fretta dei cantieri — la rete insegue una domanda che la supera. Secondo: la «saturazione virtuale», cioè richieste speculative che intasano la capacità sulla carta senza realizzarsi, tanto che Terna ha dovuto introdurre un modello apposito per liberarla. Terzo: il tempo. Le opere chiave saranno operative tra il 2028 e il 2030, ma lo shock energetico è adesso. I 23 miliardi sono dimensionati su una transizione climatica ordinata, non sulla sovranità energetica d’emergenza che il contesto geopolitico richiederebbe. Il collo di bottiglia non è il numero di pannelli installabili: è lo storage, l’accelerazione autorizzativa, la rete che li regge.

5. Perché di tutto questo non si parla davvero

Resta la domanda più scomoda. Un’analisi così non è fuori dalla portata della politica italiana: è tecnicamente alla mano. Allora perché manca dagli ordini del giorno? La tentazione è la risposta facile — le lobby occulte che prevalgono sugli Stati. Ma è una spiegazione pigra e, soprattutto, non falsificabile: lo stesso difetto che rende inservibili le narrazioni da cui siamo partiti. Le cause reali sono più prosaiche, e più scomode, perché non chiamano in causa un nemico esterno ma la struttura stessa della nostra politica.

Primo, il tempo elettorale contro il tempo infrastrutturale. Una rete, un programma di ricerca, una filiera rendono in dieci-quindici anni; un governo dura meno di due. Nessuno raccoglie ciò che semina: l’incentivo è preferire il bonus visibile oggi all’investimento invisibile che premierà il successore. Non è una lobby: è la fisiologia del breve termine democratico mal temperato.

Secondo, il vincolo esterno, che è reale e non occulto. Politica commerciale, energetica e della concorrenza sono in larga parte competenze UE; il quadro atlantico vincola le scelte di fornitura. Pezzi di sovranità sono stati ceduti per trattato, volontariamente. Mattei e la Libia ne sono la versione dura; il quotidiano è la versione burocratica.

Terzo, la cattura — che esiste, ma è documentabile, non congiura. Gli operatori energetici storici hanno interessi concentrati e organizzati; i beneficiari di una transizione sovrana — cittadini, PMI, generazioni future — hanno interessi diffusi e nessuno che li rappresenti con pari forza. È la logica di Mancur Olson sull’azione collettiva, non un complotto. E l’Italia resta tra i pochi grandi Paesi UE senza una regolazione seria del lobbying.

Quarto, l’analfabetismo strategico del dibattito. In Italia l’energia entra nel discorso pubblico solo come bolletta (il prezzo) e come ambiente (sì o no alle pale). Mai come potenza. Manca la cornice geopolitica nel linguaggio politico corrente. È esattamente lo spazio vuoto che un’analisi come questa prova a occupare.

Riequilibrare, non risolvere

Il contrasto tra l’interesse concentrato di chi guadagna dallo status quo e l’interesse diffuso della collettività non si «risolve»: non esiste lo scioglimento di quel conflitto. Si riequilibra. E i meccanismi per farlo sono scrivibili come proposta concreta, non come auspicio.

Vincolare l’orizzonte, sottraendo la pianificazione energetica e industriale al ciclo elettorale — un mandato pluriennale indipendente, sul modello con cui si è resa autonoma la politica monetaria. Rendere visibile il lobbying con un registro obbligatorio e l’impronta legislativa: non elimina la cattura, ma la espone, e ciò che è esposto è contestabile. Spostare potere verso chi ha l’interesse diffuso: comunità energetiche, autoproduzione, agrivoltaico. Ogni prosumer è un frammento di interesse concentrato dalla parte giusta — la generazione distribuita non è solo tecnica, è ridistribuzione del potere energetico, e dunque anti-cattura per costruzione. E pesare di più dentro l’Europa invece di subirla: se il vincolo è UE, la risposta realistica non è uscirne, ma negoziare quote di sovranità europea sui dossier che contano.

La sovranità energetica non si compra con un trattato e non arriva in dono da un blocco amico. Si misura in reti, accumuli, brevetti e ricerca propria. I trattati comprano tempo. L’infrastruttura compra sovranità. Ed è esattamente lì — nella ricerca che disinvestiamo e nelle reti che acceleriamo troppo poco — che l’Italia sta scegliendo di restare dipendente.

ilcodice.eu — Demiurgo

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