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Una transizione condivisa

Energia, ambiente, futuro condiviso · Articolo 4 di 4

Una transizione condivisa: come uscire dalla polarizzazione

Quasi nulla di quanto raccontato nei primi tre articoli è ideologicamente connotato. Il problema non è cosa fare. Il problema è la cornice politica con cui se ne parla, e la coalizione di interessi che non si è ancora messa insieme.

Nei tre articoli precedenti abbiamo provato a tenere insieme una serie di temi che il dibattito pubblico tratta separatamente: reti elettriche, generazione rinnovabile, accumuli, comunità energetiche, aree interne, paesaggio, agricoltura, turismo. Il filo conduttore è che quasi tutto quello che servirebbe fare non è particolarmente ideologico. È tecnico, amministrativo, regolatorio. È in larga parte già stato disegnato dagli stessi soggetti istituzionali che dovrebbero attuarlo. Non manca la diagnosi. Non mancano gli strumenti. Non mancano i soldi. Manca quasi solo una cosa: una cornice politica in cui queste decisioni possano essere prese senza diventare ostaggio della polarizzazione.

Questo articolo è il più difficile della serie da scrivere, perché tocca la dimensione politica direttamente, e perché su questi temi si è troppo facili a essere strumentalizzati. Provo comunque a metterlo giù con la massima onestà possibile, senza nominare partiti, senza chiedere adesioni a nessuna parte, e nella convinzione che il pubblico informato che legge fino a qui sia in grado di leggerlo per quello che è: un ragionamento, non una predica.

Il problema non è “verde contro sviluppo”

La cornice dominante del dibattito italiano sulla transizione energetica negli ultimi anni è stata quella della contrapposizione tra verde e sviluppo, con varianti laterali (paesaggio contro impianti, agricoltura contro pannelli, fossili contro rinnovabili, sovranità contro Bruxelles). È una cornice comoda per chi fa polemica perché produce identità politica immediata, ma è una rappresentazione errata della realtà.

La transizione energetica fatta bene non è contro lo sviluppo: è una forma di sviluppo. Significa investire in infrastrutture, creare lavoro qualificato, ridurre il costo dell’energia per famiglie e imprese, attrarre investimenti industriali (data center, manifattura avanzata, filiere della transizione), ridurre la dipendenza da importazioni di combustibili da paesi geopoliticamente instabili. Sono obiettivi che chiunque, in qualunque posizione politica, dovrebbe poter sostenere senza farne una bandiera identitaria.

La vera contrapposizione che attraversa oggi il sistema, e che andrebbe nominata con chiarezza, è un’altra: è quella tra rendita e futuro. Tra chi guadagna dal sistema così com’è — operatori del fossile che hanno asset da ammortizzare, intermediari della burocrazia che vivono della complessità delle procedure, posizioni dominanti che non vogliono concorrenza — e chi guadagnerebbe da un sistema più efficiente, più decentrato, più competitivo. È una contrapposizione di interessi, non di valori. Nominarla chiaramente sposta il dibattito dal piano ideologico a quello concreto, ed è esattamente per questo che chi ha interesse a non spostarlo preferisce continuare a parlare di “verde contro sviluppo”.

I tre framing che possono trovare maggioranze diverse

Una proposta politica complessa, in democrazia, passa quando trova framing diversi adatti a sensibilità diverse. Sulla transizione energetica esistono almeno tre cornici complementari che possono convergere senza chiedere a nessuno di rinunciare alla propria identità.

La prima è la sicurezza energetica. Dopo il 2022 e la crisi del gas, è diventato chiaro a tutti che dipendere per la maggior parte del proprio fabbisogno energetico da paesi terzi è un rischio strategico, non solo economico. Le rinnovabili installate sul territorio nazionale, le batterie, le reti adeguate sono sovranità energetica. È una cornice che parla naturalmente a chi mette al primo posto l’autonomia e la sicurezza del Paese, ed è esattamente la stessa cornice che usa il rapporto Draghi sulla competitività europea.

La seconda è la competitività industriale. L’Italia paga oggi l’elettricità a un costo superiore del 30-40% rispetto a Francia e Spagna, e questo è uno svantaggio strutturale per qualunque impresa manifatturiera che competa sui mercati internazionali. Una transizione fatta bene, che integri rinnovabili a basso costo, accumuli, reti efficienti, abbassa il prezzo strutturale dell’energia e rilancia la base industriale. È una cornice che parla naturalmente al mondo produttivo e a chi mette al primo posto il lavoro qualificato.

La terza è la tenuta del territorio. Come abbiamo visto nel terzo articolo, una transizione decentrata che valorizza comunità energetiche, agrivoltaico ben fatto, biogas agricolo e turismo sostenibile è uno degli strumenti più potenti per trattenere reddito e popolazione nelle aree interne. È una cornice che parla naturalmente al mondo agricolo, ai sindaci, al Terzo Settore, a chi mette al primo posto la coesione territoriale e la difesa dei piccoli Comuni.

Queste tre cornici non sono in conflitto tra loro. Anzi: descrivono lo stesso insieme di politiche da angolazioni diverse, ognuna delle quali risuona con una sensibilità prevalente. Una comunicazione politica matura della transizione dovrebbe usarle tutte e tre in parallelo, non sceglierne una contro le altre. La trappola in cui il dibattito italiano è caduto è esattamente questa: aver appiattito tutto sulla cornice climatica, che pure è legittima e importante, ma che da sola non basta a costruire la maggioranza necessaria a fare quello che serve.

Una buona politica trasversale non chiede a nessuno di cambiare valori. Chiede di riconoscere che gli stessi obiettivi possono essere descritti in linguaggi diversi, ognuno dei quali resta vero. Sicurezza, competitività, territorio: sono tre dimensioni di una stessa cosa, non tre opzioni in alternativa.

Neutralità tecnologica: il nucleare e gli altri

Un dossier su cui la polarizzazione italiana è particolarmente intensa, e su cui è importante essere chiari senza essere ideologici, è quello del nucleare. Per anni se ne è discusso come se fosse l’unica vera divisione possibile: pro o contro. Provo a metterlo in prospettiva.

Il nucleare è una tecnologia che può legittimamente essere parte di un mix energetico a basse emissioni. Diversi paesi europei (Francia in primis, ma anche Finlandia, Repubblica Ceca, Polonia in prospettiva) lo includono nei loro piani. È una posizione difendibile sul piano industriale e tecnico. Allo stesso tempo, e questo va detto con altrettanta chiarezza, il nucleare presenta in Italia alcuni nodi specifici che lo rendono difficilmente utilizzabile come soluzione per le decisioni che vanno prese da qui al 2030.

I tempi di costruzione di un grande reattore di terza generazione, sulla base dell’esperienza europea recente (Olkiluoto in Finlandia, Flamanville in Francia, Hinkley Point nel Regno Unito), si misurano in quindici-vent’anni dalla decisione politica alla messa in esercizio, con sforamenti di costo nell’ordine del doppio o del triplo rispetto ai preventivi iniziali. I cosiddetti reattori modulari di piccola taglia (SMR), molto citati nel dibattito, sono una tecnologia promettente ma ancora non commercialmente matura: i primi modelli industriali sono attesi non prima della fine del decennio, e i loro costi e prestazioni reali si conosceranno solo dopo. Il deposito nazionale dei rifiuti radioattivi, necessario anche solo per gestire le scorie già esistenti dal vecchio programma nucleare italiano, non ha ancora una localizzazione condivisa, e questo è un nodo politico-territoriale prima ancora che tecnico. Due referendum hanno espresso una posizione popolare contraria, e questo è un dato di realtà democratica che chi propone il ritorno deve affrontare, non aggirare.

La posizione tecnicamente onesta, quindi, è questa: il nucleare può legittimamente restare un’opzione di lungo termine se gli SMR matureranno, se il deposito troverà una localizzazione, se si costruirà nel tempo un nuovo consenso democratico. Ma non può essere usato come argomento per rinviare le decisioni 2030 sulle rinnovabili, sulle reti, sugli accumuli, sulle CER. Le due cose si muovono su orizzonti temporali diversi e su decisioni diverse. Chi pone il nucleare come alternativa alle politiche attuabili nei prossimi cinque-dieci anni sta in realtà sostenendo l’inerzia, non un’opzione tecnologica.

Lo stesso ragionamento, simmetricamente, vale per il gas. È legittimo considerare il gas come ponte di transizione, perché un sistema elettrico altamente rinnovabile ha comunque bisogno di una quota di capacità programmabile per le ore critiche, e oggi le centrali a gas restano lo strumento più rapidamente attivabile. Lo stesso Terna, in valutazioni recenti, ha indicato che senza un capacity market una quota significativa di centrali a gas rischierebbe la dismissione anticipata mettendo a rischio l’adeguatezza del sistema. Ma è ugualmente illegittimo usare questo argomento per giustificare nuovi investimenti di lungo periodo in infrastrutture fossili che andrebbero dismesse in tempi rapidi: ponte significa transitorio, non strutturale.

La cornice corretta, riassuntiva, è quella della neutralità tecnologica applicata onestamente: nessuna tecnologia è esclusa per principio, ma ognuna va valutata per costi, tempi e capacità reale di contribuire agli obiettivi nei diversi orizzonti temporali. Togliere ideologia da entrambi i lati del dibattito su nucleare e gas abbassa la temperatura politica e libera spazio per le decisioni concrete che servono nel breve-medio termine.

La coalizione che esiste già senza saperlo

Una delle scoperte più interessanti, per chi prova a guardare il sistema italiano dall’alto, è che esiste già una coalizione di interessi potenzialmente molto ampia favorevole a una transizione fatta bene. Il problema è che questi soggetti, oggi, si parlano poco tra loro e si riconoscono ancora meno come parti di una stessa partita.

Ci sono le associazioni del mondo produttivo che soffrono i costi alti dell’energia e i tempi lunghi delle connessioni: rappresentano industria manifatturiera, settore delle rinnovabili, filiere elettriche. Ci sono le associazioni del mondo agricolo, storicamente diffidenti del fotovoltaico a terra ma sempre più consapevoli che agrivoltaico avanzato, biogas, CER possono diventare un secondo reddito strutturale per le aziende multifunzionali. Ci sono i sindaci, soprattutto dei piccoli Comuni e delle aree interne, che vivono il paradosso quotidiano di prendersi i conflitti locali senza avere strumenti adeguati per gestire le opportunità. C’è l’ambientalismo italiano più maturo, che da tempo ha smesso di essere ostile alle rinnovabili e oggi spinge attivamente per agrivoltaico, CER, riforma delle reti. Ci sono le confederazioni sindacali, che sulla “transizione giusta” hanno posizioni elaborate e crescente attenzione. C’è il mondo cattolico, attraverso parrocchie e diocesi, che in numerosi territori è già protagonista di CER e progetti di economia di comunità. Ci sono Cassa Depositi e Prestiti, fondi infrastrutturali, investitori istituzionali con capitali in cerca di asset di rete e di rinnovabili, che premono per quadri regolatori chiari. Ci sono le associazioni del turismo lento, del patrimonio, dei borghi, che vedono nel paesaggio rurale vivo un asset competitivo da preservare.

Sommando questi soggetti si ottiene una coalizione che incrocia tutte le grandi famiglie culturali e politiche del Paese: il mondo produttivo, quello del lavoro, quello agricolo, quello ambientale pragmatico, quello cattolico, quello territoriale dei sindaci. È una configurazione politicamente inusuale, e proprio per questo politicamente potente quando si forma. La sua forza è che non ha un’opposizione speculare di dimensioni comparabili: chi si oppone si trova isolato in posizioni difficilmente argomentabili in pubblico — rendita fossile, inerzia burocratica, opposizione NIMBY radicale, residui ideologici di vario segno.

Perché allora questa coalizione non si è ancora formata? Per ragioni che hanno poco a che vedere con i contenuti e molto con la sociologia del dibattito italiano: i diversi soggetti parlano linguaggi specialistici diversi, frequentano tavoli diversi, leggono testate diverse, hanno tempi e priorità diverse. Manca, semplicemente, un soggetto o una sede che li metta intorno allo stesso tavolo abbastanza spesso, con una proposta concreta su cui convergere. Costruire questa sede è una delle cose più utili che si possa fare oggi sul fronte della politica energetica italiana, e non richiede grandi risorse: richiede pazienza, competenza, e la capacità di tenere insieme persone che di mestiere fanno cose diverse.

Le finestre temporali aperte adesso

Le politiche energetiche non si fanno in astratto. Si agganciano a processi legislativi e regolatori in corso, dentro finestre temporali precise. Provare a costruire una proposta politica complessa senza tener conto di queste finestre significa quasi sempre arrivare fuori tempo. Provo a elencare quelle attualmente aperte, perché chi legge possa farsi un’idea concreta di dove si gioca la partita.

È in lavorazione una riforma del mercato elettrico e un Testo Unico sulle Rinnovabili, che sono le sedi naturali per intervenire su autorizzazioni, hosting capacity, regole CER, integrazione con la rete. È in arrivo il dossier delle concessioni di distribuzione post-2030, che richiederà decisioni nei prossimi diciotto-ventiquattro mesi. È prevista una nuova revisione del PNIEC nel biennio 2026-2027, finestra utile per spingere obiettivi più stringenti su reti e accumuli. ARERA sta definendo la cornice regolatoria della distribuzione per il periodo 2028-2031, ed è il momento in cui si decide se il modello sarà ancora basato sul capitale investito o se introdurrà una componente significativa di output-based. Si sta negoziando a Bruxelles la nuova PAC post-2027, e l’Italia farebbe bene a portarci una posizione chiara sull’integrazione tra agricoltura, agrivoltaico e CER. Sono attese nuove tornate del MACSE per accumuli a batteria e l’asta dedicata ai pompaggi idroelettrici. Sta per essere definita la programmazione dei fondi europei 2028-2034, che includerà necessariamente una componente significativa di transizione energetica.

Sono sei o sette finestre aperte simultaneamente, sufficienti per ridisegnare in modo significativo la cornice della transizione italiana. Non capita spesso che si presenti una concentrazione di processi decisionali di questa portata. Lasciarle passare senza che la coalizione di interessi descritta prima si organizzi per influenzarle nel modo giusto sarebbe un’occasione persa che difficilmente si ripeterà.

Una nota di realismo, e una di fiducia

Tre cose vale la pena ricordare per non illudersi, prima di chiudere.

La prima è che le riforme tecniche in Italia richiedono anni, non mesi. Si misurano in cicli legislativi e regolatori, non in titoli di giornale. Chi parte con l’orizzonte mentale giusto resiste; chi parte pensando di cambiare tutto entro l’anno si brucia. Una proposta politica seria sulla transizione energetica deve essere pensata per durare almeno una legislatura.

La seconda è che la rendita fossile e l’inerzia burocratica sono avversari reali, non immaginari. Non sempre operano in modo cospirativo: spesso è semplicemente che chi guadagna oggi dallo status quo non ha interesse a cambiare le regole, e chi dovrebbe cambiarle ha mille altri dossier sul tavolo e poco incentivo a rischiare il capitale politico su una riforma tecnica e poco visibile. Si batte con perseveranza, dati alla mano, costruendo nel tempo una pressione informata.

La terza, e la nota di fiducia su cui chiudo questa serie, è che l’Italia ha un vantaggio strutturale enorme che il dibattito politico continua a sprecare. Abbiamo sole, vento, paesaggi, geografia, capitale umano, manifattura, esperienza cooperativa, tradizione di qualità. Abbiamo già un Piano di Sviluppo della rete, abbiamo aste MACSE che funzionano, abbiamo un decreto CER organico, abbiamo PNRR e RepowerEU, abbiamo capitale privato in coda. Quello che ci manca è la cornice politica condivisa per usare tutto questo nello stesso senso.

Una cornice politica non la costruiscono i politici da soli. La costruiscono i cittadini informati, i professionisti che lavorano sul campo, i sindaci che amministrano i territori, i ricercatori che producono dati affidabili, gli imprenditori che investono, gli operatori dell’informazione che scelgono cosa raccontare e come. È un lavoro lungo, distribuito, fatto di consultazioni pubbliche, audizioni parlamentari, articoli specialistici, riunioni di associazione, conversazioni di paese, decisioni di acquisto consapevoli, scelte professionali. Nessuno lo fa al posto di nessuno.

L’opposizione tra “verde” e “sviluppo”, tra “green” e “industria”, tra “ambiente” e “lavoro”, non descrive la realtà del 2026. Descrive una rappresentazione politica del passato che continua a essere utile a chi non ha interesse a cambiare le cose. Smetterla di accettare questa rappresentazione, e provare a discuterne nei termini che davvero contano — sicurezza, competitività, territorio, paesaggio come asset, comunità che si tengono insieme — è probabilmente il singolo gesto culturale più utile che si possa compiere su questo tema. Non risolve nulla da solo. Ma è il presupposto perché tutto il resto diventi possibile.

Questa serie finisce qui. I quattro articoli che la compongono non hanno la pretesa di essere esaustivi né di proporre un programma. Provano semplicemente a mettere in fila quello che è già visibile a chi guarda da vicino, e a suggerire che, se si vuole, una transizione energetica condivisa è ancora possibile. Dipende da molti più di noi di quanto si creda. Dipende anche da chi legge fino a qui.

Fonti principali: PNIEC 2024 (MASE); Piano di Sviluppo Terna 2025-2034; Rapporto Draghi sulla competitività europea (2024); rapporti Laboratorio REF Ricerche su MACSE e FERX; analisi think tank ECCO sul PNIEC; documenti istituzionali su capacity market, deposito nazionale rifiuti radioattivi, programmazione PAC post-2027; valutazioni AIEA sui tempi e costi del nucleare di terza generazione.

Articolo 4 di 4 della serie Energia, ambiente, futuro condiviso. Articoli precedenti: Le reti elettriche italiane: il vero nodo della transizione; Generazione e accumuli: dove stiamo e dove ci blocchiamo; Comunità energetiche, aree interne, paesaggio: il filo che manca.

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