Vai al contenuto

I migranti non sono il problema — sono quello che resta quando qualcun altro ha già preso tutto

I migranti non sono il problema – ilcodice.eu

Le catene invisibili — N°07

Una serie di Demiurgo · ilcodice.eu

Questo articolo non propone politiche migratorie e non prende posizione sul “cosa fare” rispetto ai flussi migratori. Descrive meccanismi causali documentabili. Il registro è analitico — non umanitario, non securitario. Chi cerca una presa di posizione non la troverà.

Effetti umani

I migranti non sono il problema — sono quello che resta quando qualcun altro ha già preso tutto

Estrattivismo, debito, Franco CFA e guerre per procura — le cause strutturali che nessuno nomina nel dibattito sull’immigrazione

Demiurgo — ilcodice.eu

Il dibattito pubblico italiano sull’immigrazione discute quasi esclusivamente di gestione dei flussi — quote, rimpatri, hotspot, accordi con i paesi di transito. Non discute mai di cause strutturali. Questa non è una dimenticanza — è una scelta. Le cause strutturali coinvolgono soggetti con sede legale in Europa, interessi economici enormi, e rappresentanza politica potente.

I paesi di origine dei principali flussi migratori verso l’Italia non sono paesi privi di risorse. Il Congo ha oltre il 60% delle riserve mondiali di cobalto — il minerale nelle batterie dei nostri telefoni e delle auto elettriche. La Nigeria è il primo produttore di petrolio africano. Il Mali ha riserve aurifere significative. Il Niger ha l’uranio che alimenta le centrali nucleari francesi.

Non sono paesi poveri di risorse — sono paesi ricchi di risorse e poveri di sovranità. La migrazione è la conseguenza prevedibile di questa combinazione.

Come si svuota un paese — estrattivismo e dighe

Il colonialismo formale è finito. Il modello estrattivo no — si è trasformato in forme giuridicamente legittime. Le multinazionali ottengono concessioni estrattive attraverso combinazioni di corruzione, pressione diplomatica dei paesi di origine e debito strutturale. Il governo locale incassa — una parte nelle tasche dei funzionari, una parte in opere pubbliche di visibilità politica. La popolazione non vede nulla.

Il Delta del Niger è il caso più documentato: Shell ed ENI operano lì da decenni. È una delle aree più inquinate del mondo — fuoriuscite di petrolio che hanno distrutto la pesca e l’agricoltura locale per generazioni. I risarcimenti pagati dopo decenni di cause legali sono stati minimi rispetto al danno. La popolazione locale vive in povertà mentre il sottosuolo che abita viene svuotato.

La contraddizione italiana

ENI è una delle principali multinazionali estrattive attive in Africa — Nigeria, Congo, Angola, Mozambico, Algeria, Libia. È controllata dallo Stato italiano: il Ministero dell’Economia è azionista di riferimento. Lo Stato italiano che dibatte su come gestire i flussi migratori dall’Africa è lo stesso Stato che attraverso ENI partecipa all’estrazione di risorse africane in condizioni che contribuiscono strutturalmente a quei flussi. Non è un’accusa — è una contraddizione strutturale che va nominata.

Le grandi dighe africane completano il quadro. La diga di Kariba tra Zambia e Zimbabwe, la Grand Ethiopian Renaissance Dam, decine di progetti finanziati da capitali cinesi, europei o americani — seguono tutti lo stesso schema: l’energia prodotta serve alle città e all’industria, spesso parzialmente esportata. Le comunità rurali vengono spostate in aree marginali senza le risorse idriche e agricole che avevano. Diventano poveri strutturali dove prima erano autosufficienti. Non migrano perché vogliono — migrano perché il territorio che abitavano è stato trasformato per servire interessi altrui.

La doppia spoliazione — risorse e moneta

Il cacao della Costa d’Avorio viene quotato a Londra. Il caffè dell’Etiopia a New York. Il rame dello Zambia a Londra. I paesi produttori non hanno potere sui prezzi di ciò che producono. Quando i prezzi scendono — per speculazione finanziaria, sovrapproduzione indotta o decisioni di cartello — le economie dei paesi produttori crollano. Le popolazioni perdono il reddito. Migrano.

A questa spoliazione delle risorse fisiche si aggiunge quella monetaria. Quattordici paesi africani — circa 180 milioni di persone, tutti ex colonie francesi — utilizzano ancora oggi una moneta il cui tasso di cambio è fissato a Parigi: il Franco CFA.

Franco CFA — tre conseguenze strutturali

Impossibilità di politica monetaria sovrana — un paese in crisi non può svalutare per riassorbire lo shock. Deve fare austerità interna. Le conseguenze ricadono sulla popolazione.

Vantaggio strutturale per le importazioni europee — il tasso fisso mantiene il Franco CFA artificialmente forte. Le produzioni locali faticano a competere anche sul mercato interno.

Fuga di capitali facilitata — la convertibilità garantita in euro facilita l’uscita dei profitti verso i conti europei. Il capitale non viene reinvestito localmente.

I golpe militari degli ultimi anni in Mali, Burkina Faso, Niger e Gabon hanno quasi tutti citato esplicitamente il Franco CFA e la presenza francese come motivazioni. Tutti questi paesi sono tra i principali punti di origine o transito dei flussi migratori verso l’Italia. La destabilizzazione politica — in parte reazione alla presenza francese — genera ulteriore migrazione verso nord.

Il debito come strumento di controllo sovrano

FMI e Banca Mondiale concedono prestiti con condizionalità strutturali — privatizzazione dei servizi pubblici, liberalizzazione dei mercati, riduzione della spesa sociale, apertura agli investimenti stranieri. Sono esattamente le condizioni che facilitano l’ingresso delle multinazionali estrattive e rendono difficile proteggere le produzioni locali.

I prestiti sono denominati in dollari o euro. Per ripagare il debito in valuta estera i paesi devono esportare — cedendo più risorse a prezzi più bassi. Il debito rimane strutturalmente difficile da estinguere e mantiene il paese in dipendenza permanente dai creditori. La sovranità economica è limitata dal debito esattamente come la sovranità monetaria è limitata dal Franco CFA.

Estrattivismo, Franco CFA e debito condizionato non sono tre problemi separati — sono tre leve dello stesso meccanismo di controllo. Un paese che non può trattenere le proprie risorse, non può gestire la propria moneta e non può fare politica economica sovrana non è indipendente — ha solo una bandiera diversa.

Le guerre — destabilizzazione come effetto collaterale

Siria, Libia, Afghanistan, Mali, Sudan, Somalia — conflitti in cui l’Occidente ha avuto ruoli diretti o indiretti. I flussi migratori che ne derivano non sono casuali — sono prevedibili e in alcuni casi previsti.

La Libia è il caso più diretto per l’Italia. La destabilizzazione seguita all’intervento NATO del 2011 — a cui l’Italia ha partecipato — ha trasformato un paese che tratteneva i flussi migratori subsahariani in un territorio senza Stato attraversato da trafficanti e milizie. L’Italia ha partecipato all’intervento. L’Italia riceve i flussi che quell’intervento ha contribuito a generare.

Non è necessario ipotizzare intenzionalità — basta descrivere la sequenza causale. Le guerre distruggono le strutture economiche e sociali che trattengono le popolazioni nei loro territori. Il nesso tra intervento militare e flussi migratori è documentabile e documentato.

Il conflitto Iran-Israele-USA del 2025-2026 e la chiusura dello Stretto di Hormuz aggiungono una dimensione nuova: la guerra non destabilizza solo i paesi direttamente coinvolti — destabilizza le catene di approvvigionamento energetico e alimentare di interi continenti. I paesi del Medio Oriente e del Nord Africa che dipendono da importazioni energetiche e alimentari attraverso rotte marittime ora interrotte subiscono shock economici che accelerano i flussi migratori già esistenti. Ogni conflitto regionale è oggi, in un sistema globale interconnesso, una causa potenziale di migrazione a migliaia di chilometri di distanza.

Chi arriva e cosa lascia — tratta e brain drain

I flussi migratori irregolari generano un’economia criminale miliardaria. Chi arriva irregolarmente è quasi sempre già indebitato con i trafficanti — ha pagato migliaia di euro per il viaggio, spesso presi a prestito da familiari o da usurai locali. Arriva in Italia con un debito da ripagare e senza documenti. È manodopera ultra-flessibile e ultra-ricattabile — disponibile a lavorare in nero, a qualsiasi condizione, senza potersi lamentare. Il lavoro nero dei migranti non è un problema nonostante il sistema — è un prodotto del sistema.

I migranti non sono i più poveri dei poveri. Attraversare il Sahara e il Mediterraneo costa migliaia di euro e richiede determinazione, capacità organizzativa, reti di contatti. Sono spesso i più istruiti e intraprendenti dei loro paesi — medici, ingegneri, insegnanti formati con risorse pubbliche locali che poi lavorano in Europa. I paesi di origine finanziano la formazione, i paesi di destinazione raccolgono il capitale umano. È un trasferimento netto di valore dai paesi poveri ai paesi ricchi — nella direzione opposta a quella che i programmi di aiuto allo sviluppo dichiarano di voler invertire.

La contraddizione italiana — chi contrasta e chi beneficia

L’Italia ha una delle denatalità più severe d’Europa — tasso di fertilità intorno a 1,2, tra i più bassi al mondo. Il sistema pensionistico è a ripartizione: i lavoratori attivi oggi pagano le pensioni di oggi. Senza nuovi lavoratori il sistema è matematicamente insostenibile nel medio termine.

Settore Dipendenza dalla manodopera migrante
Agricoltura Raccolta frutta e verdura, vendemmia, olivicoltura — strutturale da decenni
Cura agli anziani Badanti — oltre 800.000 lavoratori, prevalentemente stranieri
Edilizia Manodopera generica e specializzata — percentuale crescente
Logistica Magazzini, consegne, trasporti — dipendenza crescente
Sistema pensionistico Contributi INPS dei lavoratori stranieri — componente strutturale della sostenibilità

Chi contrasta politicamente le migrazioni e contemporaneamente beneficia della manodopera migrante nella propria filiera produttiva, nella cura dei propri anziani, nei propri cantieri — non è necessariamente ipocrita. È intrappolato nella stessa contraddizione strutturale del sistema: i costi politici della migrazione sono visibili e immediati, i benefici economici sono diffusi e silenziosi. Il non detto è funzionale a entrambi i lati del dibattito.

Chiudere il rubinetto

Ridurre i flussi migratori è un obiettivo legittimo. Ma ridurli senza affrontare le cause strutturali è come svuotare una vasca che trabocca senza chiudere il rubinetto.

Il rubinetto è l’estrattivismo. È il Franco CFA. È il debito condizionato. Sono i prezzi delle materie prime fissati a Londra e New York. Sono le guerre che destabilizzano i paesi di transito. Sono i sussidi agricoli che distruggono le produzioni locali africane — descritti nell’articolo N°06 di questa serie.

Alcune di queste cause hanno sede legale in Europa. Alcune sono partecipate dallo Stato italiano. Nessuna viene nominata nel dibattito pubblico italiano sull’immigrazione.

I migranti non sono il problema. Sono quello che resta quando qualcun altro ha già preso tutto.

Demiurgo — ilcodice.eu

Resta aggiornato

Iscriviti per ricevere i contenuti nella tua casella di posta quando viene pubblicato un nuovo articolo

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *