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La guerra come reset

La guerra come reset – ilcodice.eu

Le catene invisibili — N°09

Una serie di Demiurgo · ilcodice.eu

Reset e collasso

La guerra come reset

Come la distruzione sistematica genera PIL, finanzia la ricostruzione e lascia ogni volta meno margine della precedente — fino a quando i reset si susseguono senza pausa

Demiurgo — ilcodice.eu

Nel novembre 2022 — mentre il conflitto ucraino era ancora nella sua fase più acuta — BlackRock e JP Morgan erano già in trattativa con Kiev per la gestione dei fondi di ricostruzione. Stimata tra 500 miliardi e un trilione di dollari. Non è cinismo eccezionale. È il funzionamento ordinario di un sistema che ha imparato da tempo che la guerra è un affare in due tempi: prima si distrugge, poi si ricostruisce. Entrambe le fasi generano PIL. Entrambe generano profitto per chi è posizionato correttamente.

Ma la guerra non è solo un generatore di PIL — è uno strumento di reset sistemico. Quando il sistema economico accumula contraddizioni insostenibili — debito eccessivo, disuguaglianze esplosive, risorse sovrasfruttate — la distruzione bellica azzera parte del passivo e riapre spazio per un nuovo ciclo di crescita. Non è una teoria — è la lettura della storia economica del XX e XXI secolo.

La guerra non è un’anomalia del sistema — è una sua funzione. Risolve temporaneamente le contraddizioni accumulate e lascia il mondo un po’ più povero di risorse, un po’ più indebitato, un po’ più vicino al limite fisico che nessun reset può superare.

Il sistema basato sul debito e il suo limite strutturale

Il sistema economico contemporaneo funziona sul debito a tutti i livelli. Il debito privato permette di consumare oggi quello che si guadagnerà domani. Il debito pubblico finanzia la spesa oltre le entrate fiscali. Il debito finanziario moltiplica per decine o centinaia la base di ricchezza reale sottostante attraverso la leva.

Il problema strutturale è che il debito richiede crescita per essere ripagato — e la crescita richiede più debito per essere sostenuta. È un circolo che funziona finché il sistema espande. Quando la crescita rallenta, il servizio del debito divora le risorse disponibili. Il sistema entra in crisi.

L’indicatore che dice tutto

Il debito globale totale — pubblico, privato, finanziario — ha raggiunto circa 330% del PIL mondiale nel 2023. Nel 1980 era intorno al 130%.

Ogni dollaro di nuovo debito generava 2-3 dollari di PIL negli anni ’50-’60. Oggi genera meno di 1 dollaro. Il debito sta diventando progressivamente meno efficace come strumento di crescita.

Quando lo strumento principale si esaurisce, il sistema cerca valvole di sfogo alternative. La guerra è storicamente la più potente.

La lezione storica — la guerra che risolve la crisi

La Seconda Guerra Mondiale ha tecnicamente risolto la Grande Depressione. La domanda bellica ha riassorbito la disoccupazione, la distruzione ha creato domanda di ricostruzione, il debito di guerra ha finanziato decenni di crescita successiva. Il Piano Marshall non è stato solo geopolitica — è stato il più grande programma di stimolo economico della storia, finanziato dalla distruzione precedente.

Nel gennaio 1961 Dwight Eisenhower — generale vincitore della Seconda Guerra Mondiale, presidente uscente degli USA — pronunciò uno dei discorsi più lucidi della storia politica americana. Avvertì esplicitamente del pericolo del complesso militare-industriale: la combinazione di industria degli armamenti e apparato militare che aveva acquisito un’influenza sproporzionata sulla politica. Sessantacinque anni dopo, il suo avvertimento è rimasto inascoltato.

Il ciclo in due tempi — e chi ci guadagna

Il meccanismo economico della guerra moderna si articola in due fasi distinte e complementari.

Fase 1 — Distruzione

Industria bellica, munizioni, missili, veicoli militari, sistemi elettronici. Lockheed Martin, Raytheon, Northrop Grumman, Leonardo, Rheinmetall registrano utili record durante i conflitti. L’Italia è tra i principali esportatori mondiali di armamenti — con vendite documentate a paesi in conflitto o con regimi autoritari. Il dibattito pubblico italiano su questo raramente include questi dati.

Fase 2 — Ricostruzione

Infrastrutture, edifici, reti energetiche, ospedali. I contratti vengono quasi sempre assegnati alle imprese dei paesi che hanno finanziato il conflitto o fornito le armi. La ricostruzione dell’Iraq è stata dominata da Bechtel, Halliburton, KBR — tutte americane. BlackRock e JP Morgan erano già in trattativa per la ricostruzione ucraina mentre il conflitto era in corso. Non è un mercato aperto — è un mercato riservato a chi ha investito nel conflitto.

I paesi produttori di armi hanno interesse economico diretto alla persistenza dei conflitti. Un conflitto che finisce è un mercato che si chiude. Non serve ipotizzare un complotto — basta descrivere gli incentivi strutturali e chi ne beneficia.

I reset si accelerano — la frequenza che dice tutto

Se si misurano gli intervalli tra i principali shock sistemici del XX e XXI secolo, emerge un pattern inequivocabile che nessun telegiornale ha mai mostrato in questa forma.

Anno Evento Intervallo
1929 Grande Depressione —
1945 Reset bellico WWII 16 anni
1973 Shock petrolifero / fine Bretton Woods 28 anni
1987 Black Monday 14 anni
1998 Crisi asiatica / default Russia / crollo LTCM 11 anni
2001 Bolla dot-com / 11 settembre 3 anni
2008 Lehman Brothers / crisi finanziaria globale 7 anni
2011 Crisi debito sovrano europeo 3 anni
2020 Covid-19 / shock pandemico globale 9 anni
2022 Guerra Ucraina / inflazione globale 2 anni
2023 Crisi bancarie USA / Credit Suisse 1 anno
2024 Crisi immobiliare cinese — fase acuta 1 anno
2025 Crollo borsistico da dazi Trump / Guerra dei 12 giorni Iran-Israele-USA 1 anno
2026 Operazione Epic Fury / chiusura Stretto di Hormuz / crisi energetica globale mesi

Il pattern è inequivocabile. Fino agli anni ’70 — intervalli di decenni tra i reset maggiori. Dagli anni 2000 — shock quasi annuali. Dal 2022 — eventi sistemici che si sovrappongono senza periodo di stabilizzazione reale tra uno e il successivo. Il sistema è entrato in uno stato di crisi quasi permanente.

Il caso attuale — Hormuz e il costo che arriva a casa

Il 13 giugno 2025 Israele lancia un attacco contro l’Iran colpendo installazioni militari e siti nucleari — la cosiddetta “Guerra dei 12 giorni”. Il 21 giugno gli USA si uniscono al conflitto con l’operazione “Midnight Hammer” bombardando i siti nucleari di Fordow, Natanz ed Isfahan. Il 24 giugno un cessate il fuoco temporaneo.

Il 28 febbraio 2026 l’operazione riprende su scala più ampia — “Operazione Epic Fury”. Il 4 marzo 2026 l’Iran annuncia la chiusura dello Stretto di Hormuz: il passaggio attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale e un terzo del GNL globale.

Le conseguenze immediate

Le borse europee crollano bruciando oltre 300 miliardi di euro di capitalizzazione in pochi giorni.

Il prezzo del gas naturale registra un’impennata del 40% nelle prime ore.

L’impatto della crisi energetica dimezza le attese di crescita dell’economia italiana per il 2026 in soli due mesi di conflitto.

L’aumento dei carburanti potrebbe determinare un aggravio fino a 2 miliardi di euro per agricoltura e pesca italiane.

Lo Stretto di Hormuz è il collegamento fisico più diretto tra guerra e vita quotidiana. Il prezzo del gasolio che sale, la bolletta energetica che aumenta, il costo del cibo che cresce — sono la traduzione domestica di un conflitto che coinvolge interessi geopolitici, industriali e finanziari che operano su scala globale. Il cittadino italiano paga il costo di un sistema di cui non ha scelto le regole.

Il costo invisibile — emissioni, suolo, falde

La guerra distrugge capitale fisico — edifici, infrastrutture, veicoli. Ma distrugge anche capitale naturale — suoli contaminati, falde avvelenate, ecosistemi devastati, emissioni enormi dalla combustione bellica.

Il conflitto in Iraq tra il 2003 e il 2011 ha generato emissioni stimate in oltre 140 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente — più di molti paesi industrializzati in un anno intero. Questi numeri non entrano nei bilanci climatici nazionali. Le emissioni militari sono state esentate dagli accordi di Kyoto e solo parzialmente incluse negli accordi di Parigi — su pressione degli USA e di altri paesi con grandi apparati militari.

Il reset bellico risolve la crisi economica di breve termine aggravando la crisi ecologica di lungo termine. Non azzera il debito ecologico — lo accelera. Le risorse consumate nella distruzione e nella ricostruzione non sono rinnovabili. L’Earth Overshoot Day anticipa ogni anno — e la guerra lo anticipa ulteriormente.

Gli indicatori del limite

Esistono indicatori precisi che segnalano quando un sistema basato sul debito si avvicina al limite della propria sostenibilità. Presi insieme, convergono tutti nella stessa direzione.

Efficacia decrescente del debito

Ogni dollaro di nuovo debito genera meno PIL del precedente. Quando scende sotto 1 a 1 — come oggi in molti paesi occidentali — il debito non stimola più la crescita, la finanzia artificialmente rimandando il problema.

Tassi di interesse ai limiti della manovrabilità

Per decenni le banche centrali hanno gestito le crisi abbassando i tassi. Dopo il 2008 i tassi sono scesi a zero o sotto. Il rialzo del 2022-2023 ha creato tensioni nei bilanci bancari e nel servizio del debito pubblico. L’Italia con un debito al 140% del PIL paga ogni anno decine di miliardi solo di interessi — risorse sottratte a sanità, istruzione, investimenti.

Concentrazione della ricchezza ai livelli storicamente critici

Ogni reset concentra ulteriormente la ricchezza verso l’alto. Il coefficiente di Gini è in crescita in quasi tutti i paesi occidentali dagli anni ’80. Storicamente la concentrazione estrema della ricchezza è un indicatore di crisi sistemica imminente — era così prima della Grande Depressione, prima di molte rivoluzioni del XX secolo.

L’Earth Overshoot Day — il limite non finanziario

A differenza di tutti gli indicatori precedenti — costruzioni umane modificabili con nuovi strumenti — l’Overshoot Day è un limite fisico. Non si può stampare moneta per comprare più risorse naturali quando sono esaurite. Non si può abbassare i tassi per rigenerare una falda acquifera. È il limite che rende tutti i reset temporanei per definizione.

Quando il reset non basta più

Dal 2022 al 2026 il sistema ha attraversato cinque shock sistemici in quattro anni — senza un solo periodo di stabilizzazione reale tra uno e il successivo. Guerra in Ucraina, crisi bancarie, crollo immobiliare cinese, guerra commerciale da dazi, guerra Iran-Israele-USA con chiusura di Hormuz. Ognuno ha richiesto risorse — finanziarie, energetiche, politiche — per essere gestito. Ognuno ha lasciato meno margine del precedente.

Il sistema che usava la guerra per resettarsi aveva bisogno di tempo tra un reset e il successivo — tempo per ricostruire, per accumulare nuove risorse da consumare nel prossimo ciclo. Quando i reset si sovrappongono, quel tempo non c’è più. Il sistema non resetta — si erode.

Ogni reset bellico lascia il mondo un po’ più povero di risorse, un po’ più indebitato, un po’ più vicino al limite fisico che nessun reset può superare. La domanda non è se quel limite esiste — è cosa succede quando lo raggiungiamo. È l’argomento dell’ultimo articolo di questa serie.

Demiurgo — ilcodice.eu

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